Una bella famiglia
Luciano prima di cena si metteva sempre in divisa. Appoggiava la giacca sullo schienale della sedia e il cappello sul tavolo, senza avere la minima paura che si sporcasse. Lo faceva ogni santa sera quando andava a lavoro.
Mangiava sempre piuttosto presto, verso le sette e un quarto, e con lui mangiavano anche sua moglie e suo figlio Lorenzo.
A lui piaceva così. Piaceva vedere la famiglia unita davanti la tavola, parlare delle cose successe nella sua famiglia senza accendere la televisione.
Perché Luciano dormiva quasi tutto il giorno e quando si svegliava la moglie era indaffarata con le cose di casa e la cena, e suo figlio o era fuori a giocare con gli amici, oppure, come capita spesso, in camera a studiare.
A Luciano piaceva la sua famiglia.
Quella sera Marta, la moglie, gli disse che aveva fatto i colloqui con i professori delle medie di Lorenzo. E non fu un bel colloquio, disse. Lorenzo andava male, non studiava più come prima, non parlava ed era svogliato a scuola. Pareva che andasse male anche a ginnastica, aggiunse Marta fissando il figlio.
”E come cavolo è che vai male se stai sempre dentro quella camera a studiare Lorè?”
“Non lo so papà…”
“Guarda che almeno le medie le devi finire eh? Che senno a quattordici anni ti faccio andare a lavorà da zio Michele! E quello fa il muratore. Capito Lorè?”
”Si papà…”
Lorenzo era fisso nel piatto di minestra tiepida senza nessuna voglia di mangiarla. Avrebbe voluto scomparire. Anzi, meglio. Avrebbe voluto gridare al padre che poteva fare quel che cazzo voleva, che tanto lui se ne fotteva della scuola, dei professori e di lui. Ma non lo fece. Stette li a rimirare i fili di parmigiano fuso che colavano nel brodo.
“Guarda che ora la scuola è obbligatoria fino a sedici anni…”
”Marta non ti ci mettere pure te che già questo non mi da retta!” urlò alzandosi in piedi Luciano. Sbuffo fulminando il figlio con uno sguardo e prese il cappello.
”Io me ne vado che è meglio… che non lo so che succede sennò!...”
Non passarono dieci secondi che la porta di casa si aprì e si chiuse subito dopo con violenza.
Lorenzo era ancora lì a fissare il piatto e la madre sbuffando iniziò a sparecchiare
”Io non lo so che ti piglia. Sei stato sempre bravo.. sono tre o quattro mesi che non si capisce cosa c’è che non va… e chi lo sente poi a quello? Tuo padre è buono e caro ma se gli pigliano i cinque minuti… dai retta a me. Finisci di mangiare e vai di là. Ma studia cavolo! Non guardare la tivvù!”
”Non la guardo la tivvù io! A me mi fa schifo la tivvù!”
Con gli occhi rossi il ragazzino si alzò e filò in camera sua come un razzo. La madre scosse la testa rassegnata sperando che tutto si sarebbe risolto per il meglio.
Luciano ancora accaldato dalla rabbia e dalla minestra salì in macchina. Era ancora presto per il lavoro e quindi decise di passare verso la tangenziale. Ci passava spesso Luciano da quelle parti. Usciva prima di casa apposta certe sere, dicendo che doveva fare gli straordinari. E quella sera aveva proprio bisogno di trovare quello che di solito andava cercando in quelle vie.
I primi falò sembrarono rassicurarlo. Non ce ne erano molti. Non come una volta, quando suo padre lo accompagnò la prima volta a diventare uomo.
Ma a Luciano, che faceva la guardia giurata da una vita, quindici anni di onesto servizio, sembrava che se lo meritasse quello svago di tanto in tanto. Che i soldi sono i miei, diceva, e ci faccio quel che cazzo voglio.
Così passava davanti alle prostitute. Quasi tutte di colore, e sorridendo a tutte sceglieva sempre la più bella. La portava dietro alla discarica abusiva appena sotto la tangenziale e ci faceva quello che ci doveva fare. Poi salutava tranquillo. E andava a lavoro.
Marta rassettava la cucina. Lucidava fino a vederlo brillare il lavello. Scopava per terra e si metteva a guardare la televisione. A basso volume. Per ascoltare attenta, soprattutto, quando il figlio sarebbe andato a letto. Sempre a pigiare su quei tasti del suo computer quel benedetto figliolo e a scuola nessun risultato da qualche mese.
Finalmente vedeva spegnersi la luce della cameretta. Lo vedeva andare a lavarsi i denti. Lo salutava e aspettava dieci minuti. Poi prendeva il cellulare e come quasi ogni sera digitava lo stesso numero “Si… vieni… non suonare eh? Ti lascio la porta accostata…”
Si sistemava rapida, un po’ di trucco, ma solo un po’ che sennò si lasciavano tracce sulle lenzuola bianche. Poi lui entrava e lo portava in camera.
Da un paio d’anni un ragazzo di cinque anni più giovane di lei le aveva fatto una corte spietata. Ogni volta che usciva a fare la spesa se lo ritrovava davanti che le sorrideva e iniziava a parlarle di tutto. E a lei sembrò di tornare ventenne, quando Luciano la passava a prendere con la macchina e si facevano quei giri al mare interminabili che finivano sempre con la loro passione consumata nella pineta.
Non era vecchia ma se la sentiva l’età avanzare. Quasi quarant’anni e suo marito non la guardava più. Magari aveva un amante. Quindi perché rinunciare a quel ragazzo affascinante che la faceva sentire bellissima?
Aveva tutta la notte. Lorenzo non sarebbe tornato che all’alba, e il suo amante lavorava solo di pomeriggio. Situazione ideale. Bastava che facessero piano. E nessuno si sarebbe accorto di loro.
Lorenzo in camera sua era alle prese col mondo invece. Da quel piccolo schermo aveva scoperto cose di cui non conosceva neanche l’esistenza. Da un po’ di tempo aveva scoperto cosa succede quando da bambini si diventa uomini e questo l’aveva catapultato in orizzonti eccitanti e elettrizzanti. Un suo amico gli aveva passato un paio di siti dove chattare, giocare e fare finta di essere qualcun altro al tempo stesso. Un paio di siti dove un nick nasconde un universo di bugie che nessuno mai avrebbe scoperto.
Da quei due siti Lorenzo arrivò ai giochi erotici. E passava le notti fingendo di essere un trentenne single o un ventenne timido. O semplicemente un uomo. Gli altri nick, quelli femminili, parlavano con lui, giocavano con lui, si divertivano. E Lorenzo che alle ragazze della sua età non riusciva neanche ad arrivare perché era considerato troppo ragazzino, contemplava il suo finto essere uomo maturo da quello schermo. In silenzio. Digitando i tasti molto piano.
In modo che la madre, che sapeva impegnata nell’altra stanza, non si accorgesse di quella sua finta e nuova maturità.
D.
21-09-07