venerdì, 09 maggio 2008, ore 18:26

UN GELATO
Una serata a caso in una cittadina di mare qualsiasi.
In un bar la radio suona musica di sottofondo, riempiendo l’atmosfera del locale di note noiose e ripetute all’infinito. Appoggiato con i gomiti sul bancone c’è il proprietario del locale. Aria annoiata e borse vecchie di secoli sotto gli occhi. Ai pochi tavolini qualche ragazzo che brinda alla nottata che verrà, tra discoteche, alcool ed etilometri. Nottata che cercherà di nascondere il precariato, gli esami obbligati all’università e la benza che costa troppo.
In un angolo più buio del bar i ting ting dei videopoker sono attivati da un paio di cinesi. E le zanzare sorvolano la zona cercando le loro cene rosse e gratuite.
Non si accorge nessuno quando entrano i due. La televisione al plasma, quarantotto pollici, illumina di sbadigli le piante finte che sembrano quasi vere. La ragazza, biondina, slavata e quasi minorenne si avvicina ai gelati.
Uno SNAP si sente rimbombare in tutto il locale. E’ lo schioccare delle dita del compagno della ragazzina.

”Garçon!”

Il barista ribollisce a quella parola, ma in silenzio. Conta fino a dieci. Ma non basta. Arriva a venti, trae un profondo respiro e si avvicina al banco dei gelati. La ragazzina bionda lo guarda e chiede:

”Un gelato da un euro e mezzo.”

Chiede gusti a caso, come la musica di quel posto e come la gente che passa sul corso principale su cui si affaccia il bar.
Il gelataio la guarda mentre adorna il cono di colori daltonici e saporiti. Ha i pantaloncini e l’aria trascurata. Poi passa a osservare lo stronzo.
E’ li, dietro alla ragazzina, completamente andato. Traballa. Gli occhi si muovono da soli. Gli si chiudono le palpebre e la mano destra è chiusa a pugno. Le unghie sono sporche, i vestiti sono sporchi, i capelli pieni di forfora.
Un cazzo di drogato pensa il gelataio compiangendo il futuro della ragazzina. Finisce la sua piccola opera d’arte personale spruzzandola con panna zuccherosa. Da il cono alla ragazza biondina e poi guarda lo stronzo drogato.
Lo stronzo drogato poggia sul banco una piletta di monetine e sorride con la sua aria sballata.

”Mancano venti centesimi. E’ uguale no?”

”E no che non è uguale.”

Il barista guarda in modo cattivo lo stronzo drogato. Non si cura dei soldi. Non si cura della ragazzina o dei clienti che non stanno neanche a sentire quello che si dicono i due.

”Vabbè. Come facciamo allora?”

”Facciamo che adesso trovi i venti centesimi che mancano per il cono da un euro e mezzo.”

”E dove li trovo?”

”Non mi frega dove li trovi. Trovali!”

Tranquillo il barista aspetta, la biondina mangia il gelato e lo stronzo drogato si sposta ai videopoker per cercare qualche monetina in più.
Niente. Evidentemente ai cinesi non stanno simpatici gli italiani con l’aria strafatta.
Guarda ancora il barista, ma l’aria cattiva e severa lo induce a andare in strada a cercare quei venti centesimi che mancano. La ragazzina esce a guardarlo mentre mangia ancora il suo gelato che inizia a sgocciolare sulle dita.
La gente si scansa al passaggio dello stronzo drogato e traballante. Nessuna monetina. Nessun centesimo. La scenetta si ripete per un po’ finchè il barista non si stufa e esce in strada anche lui.
Minaccioso e fumante rabbia più o meno voluta gli dice a un passo da lui:

”Allora. Prenditi il gelato. Prenditi la ragazzina ma togliti dalle palle e non farti vedere più qui dentro. Non voglio vedere più la tua faccia neanche passarmi davanti al bar. Okay? Va bene?”

”Okay.”

Lo stronzo drogato, traballante e senza un centesimo se ne va tirandosi dietro la ragazzina tra la gente che ride e scherza nella cittadina a caso.

Il barista rientra. Va dietro al bancone e prende la piletta di monetine. Le conta prima di metterle nella cassa.
Sono in tutto due euro e ottanta centesimi.
 
D.
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domenica, 09 marzo 2008, ore 22:44

Piccola prefazione a questo raccontino per dire che è stato ispirato da un laboratorio di scrittura creativa fatto circa un mese fa. Una delle persone presenti incitata a inventare una storia ha tirato fuori le prime frasi di questo testo. Poi lui è partito verso un tipo di trama e io “illuminato” dalle sue parole per la mia strada. Decisamente diversa.
Comunque ringrazio Secondo che non sapendo mi ha dato lo spunto, e Marco che ha ideato il laboratorio.

D.
 
 
 
L’uomo più felice del mondo
 
 
Sono felice.
Sono l’uomo più felice del mondo.
Sono felice perché cucino. E a me piace cucinare.
La mia specialità sono le uova al tegamino. Giuro. Le faccio in tutti i modi. Al bacon, al sugo, col prosciutto, asciutte con solo sale e pepe. Ho un ristorante di gran lusso. E si, perché cucino molto bene le mie uova e sono molto quotato. Così chiunque venga nel mio locale assaggia le mie uova al tegamino.
Ho un segreto per cucinarle. Come le cucino io non lo sa fare nessuno. E’ la verità, non mi fissate così. Una volta un famoso critico ha assaggiato le mie uova al bacon e dopo è corso in cucina per chiedermi il mio segreto per farle così. Io non gliel’ho detto. Ragazzi, ma scherziamo? Rivelare i segreti della cucina per un grande chef come me che fa delle uova al tegamino paragonabili alla migliore nouvelle cousine equivarrebbe al suicidio.
Così quel critico culinario mi stroncò il ristorante. E io che potevo fare? Continuai a essere felice della mia cucina e lo uccisi. Si, avete capito bene. Lo uccisi.
Lo invitai al ristorante dicendogli che gli avrei rivelato il mio grande segreto. Gli mostrai la padella con cui cucino le mie famose uova al tegamino e gli spiattellai sulla nuca. Un colpo secco. E secco rimase lui dopo quel colpo.
Poi potevo fare una buca nel giardino antistante il ristorante. Ma non lo feci. Lui e la sua famosa guida di ristoranti a quattro stelle Paulin. Che si legge Polèn in francese. E’ diventato materiale buono per la mia pancetta. E ci ho fatto delle ottime uova.                                                                                                 
 
Nonostante ciò io sono felice. L’uomo più felice del mondo. Cioè, ragazzi, chi altri si può vantare di tirare avanti il più famoso ristorante di uova al tegamino del mondo. Ne faccio due, tre o quattro a seconda della gola del cliente. E dello stomaco, si intende.
Ho una moglie. Una moglie bellissima che mi aiuta a mandare avanti il locale. Lei si occupa delle prenotazioni, degli inservienti e della finanza. Io faccio le uova al tegamino. E sono felice per questo. Dio, o chi per lui mi ha dato un dono e io lo sfrutto. Faccio le uova al tegamino più buone del mondo.

Il mio segreto non ve lo dico. Non per sfiducia eh? Ma non vorrei che qualcuno chiacchierando spifferasse ciò che gli ho detto. Dovrei uccidervi tutti se ve lo dicessi adesso. E sinceramente non mi và. Ho da fare le mie uova.
Il contadino che me le fornisce è molto distante dal mio ristorante. Ma ogni giorno un aereo privato parte appositamente fino al pollaio. Le galline felici come me e più di me ogni giorno fanno le uova che io cucinerò e che voi mangerete.

Come non le mangiate? Ma sono buonissime! Sono io che le faccio! Mica pizza e fichi! No, signore. Non capisca fischi per fiaschi. Ho detto pizza e fichi, non che faccio le uova con la pizza e i fichi. Non sarebbero così buone come le faccio ora se mettessi quei due ingredienti. Anche se in effetti potrebbe essere un’idea. Chez l’omme felix l’ovv con pizza e fichì!... Si lo so signore che non si dice proprio così in francese. Ma d’altronde io una cosa so fare. Le uova al tegamino. Mica posso sapere tutto no?
Come dice? Sono un ignorante? Io? Come si permette??

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Martina!! Vieni che ho trovato qualcosa per fare altra pancetta!!
 
 
D.
 
19-02-08
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mercoledì, 23 gennaio 2008, ore 17:06

LE STREGHE

Con la parola streghe vi verranno in mente di sicuro quelle vecchiette, spesso dall’aria perfida, su un manico di scopa e con un cappello nero, a punta sulla testa. Vi verranno in mente quelle vecchie laide che secondo le tradizioni amavano cuocere in enormi calderoni code di topo e lingue di lucertola. Vi verranno in mente, di sicuro, le storie che le vostre nonne vi raccontavano la sera prima di andare a dormire, quelle storie che tornavano alla mente di notte, quando il buio circondava il vostro letto di bambini e pensavate che una di loro sarebbe venuta a tirarvi per i piedi per portarvi in strani mondi popolati di orchi e mostri.

No. Non sono loro le streghe di cui stiamo parlando. Le streghe che camminano in mezzo a noi, che sono sempre esistite e che sempre esisteranno non hanno un brutto aspetto. Non hanno nasi aquilini contornati da prosperosi nei pelosi. Le streghe, reali, hanno di solito un bel aspetto. Hanno uno sguardo magnetico, hanno la consapevolezza di poter decidere la sorte di un uomo. E anche quando la consapevolezza non c’è, hanno comunque il potere di catturarti, di imprigionarti nel loro incantesimo.
Se incontri una strega non ti accorgerai mai che è una di loro. Ti incatenerà con uno sguardo, ti farà bruciare di passione con un bacio, ti ammorbidirà il cuore a ogni parola. Hanno occhi diversi, capelli diversi e voci diverse ma le streghe si assomigliano tutte. Siamo noi a non accorgercene.
In un batter d’occhio deciderete che lei, solo lei, è la donna della vostra vita. Non potrete farne a meno. Succede. Basterà una loro parola, una piccola carezza, e qualsiasi cosa del mondo reale scomparirà. Vivrete la favola mai vissuta e sempre desiderata. Vivrete in un cielo di nuvole leggere. Anche la pioggia sarà una cosa che farà sorridere. Anche la nebbia.
Si oscureranno tutti i problemi. Diventeranno quasi una barzelletta, li accantonerete pensando che comunque qualcosa di bello c’è nella vostra vita e che tutto il resto prima o poi passerà. Perché ci sarà lei accanto a voi. La strega.

Sarà in ogni minuto della vostra giornata. Durante gli impegni di lavoro, durante le pause quando vi arriverà un messaggio o ne scriverete uno voi. Sarà vivido il pensiero di lei prima di andare a dormire. Anche se lei non sarà accanto a voi. E felici vi farete coccolare da quel sogno raggiunto, finalmente.

Spesso le streghe non lanciano questi incantesimi di proposito. Semplicemente capita. Forse qualcuna si innamorerà davvero di voi. Come voi vi innamorerete di lei, senza barriere, senza paure ataviche, senza timori di lasciare scoperti i vostri lati più deboli. Saranno le vostre dolci confidenti, le vostre focose amanti, il vostro continuo sostegno per affrontare la vita. E vi consumeranno il cuore, lo prosciugheranno dando fondo a ogni più piccola particella dell’amore che stavate conservando da tutta la vita. Perché le streghe sono fatte così. Hanno bisogno a loro volta di sentirsi amate. Hanno bisogno di voi, della vostra anima.

Qualche volta accade che questo continuo bisogno di una strega si riversi solo in una persona. E allora l’incantesimo durerà tutta la vostra vita. Anche quando la ragazza non sarà più tale, ogni volta che i vostri occhi affonderanno nel suo sguardo vi sentirete come quando l’avete incontrata la prima volta, come quando l’avete baciata per la primissima volta. Basterà anche il suono della sua voce per far riaffiorare in voi quella sensazione di volo vellutato verso il piacevole mondo del suo incantesimo.

Altre volte no. Altre volte la strega esaurisce il vostro cuore, lo spreme fino al limite lasciando stillare anche l’ultima goccia di amore e di forza che c’è in voi. E dopo averlo esaurito prende il volo ella stessa. Senza manici di scopa scomparirà dalla vostra vita come vi è arrivata. Quando indicò tra tutti proprio voi, dicendosi e dicendovi che dovevate essere suo. E così il precipitare dal fantomatico settimo cielo dove fluttuavate felici sarà rovinoso, distruttivo e vi corroderà l’animo fino a lasciarlo vuoto.

Ed è lì che vi ritroverete, con l’incantesimo che ancora perdura dentro di voi, ma senza la strega che ve l’ha inflitto. Vi troverete soli, paurosi e tremanti come quando rimanevate nel buio da bambini ad aspettare che una donna cattiva vi porti via.
 
E allora non potrete che attendere che l’incantesimo scompaia, rintanati in una grotta fatta di mille pensieri. Non potrete che aspettare l’affievolirsi dei ricordi, delle cose passate davanti a un bivio che a voi, e solo a voi, si presenta lasciandovi libertà di scelta per una volta:
Chiudere gli occhi e sognare ancora l’intensità dell’incantesimo passato, i momenti felici, il suo sguardo benigno su di voi, oppure aprirli quegli occhi e guardare verso l’alto, verso un sole appannato, attendendo l’arrivo di una nuova strega e di un nuovo incantesimo.
D.
22-01-08
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lunedì, 03 dicembre 2007, ore 21:10

Il cacciatore di farfalle
Non so se riuscirò a trovare le parole per descrivere quanto sia bella una farfalla. Ognuna ha il suo fascino diverso, ed anche se molte hanno i medesimi colori, c’è sempre qualche differenza che le fa risultare tutte diverse e bellissime in ugual misura.
Perderei giorni e giorni interi a rimirarne il volo, le coordinate fantasiose che prendono in un pomeriggio, dove il vento primaverile le sospinge insieme al polline dei fiori, dove ogni tanto si posano. Quando sono in coppia il balletto che compongono ha un che di malinconico, struggente e ironicamente romantico, come ironica è la loro vita.
Tutti sanno che impiegano giorni e giorni per trasformarsi da bruco in crisalide, da crisalide in farfalla. E dopo quelle fatiche, quel lento compiersi della perfezione, appaiono al mondo in tutta la loro sfolgorante divinità. Ma solo per un giorno.
Solo per un giorno nascono e muoiono, procreano e compiono il gesto divino per antonomasia. L’assoluto. Ciò che solo poche creature in natura sanno fare: fecondare, di fiore in fiore, ogni pianta che incontrano nel loro rapido percorso. Tutto in un misero, povero giorno.

Ci sono miriadi di razze di farfalle. Da quelle europee, a quelle tropicali, o asiatiche. Potrei star qui a tediarvi con nomi tecnici e dati e misure. Ma per questo genere di notizie vi basterà consultare una qualsiasi enciclopedia. O meglio ancora internet.
Quel che vorrei raccontarvi è invece ciò che facevo io. Affascinato dal mondo che il volo della farfalla rappresenta. Perché non è un volo di un semplice insetto, o di un uccello. E’ una farfalla. Delicata e effimera. E chi non vorrebbe possedere un così lieve essere?
L’uomo è qualcosa di imponente e pesante al confronto. Di orrendamente vigliacco, nonostante la sua forza e l’intelligenza siano molto più sviluppati della nostra farfalla.
E’ cattivo come nessun altra creatura sa essere. E spesso non capisce cosa c’è dietro il volo di due ali leggere, colme solo di polline e felicità per quel giorno di libertà.
Io sono uno di loro. Io le catturo. Le aspetto, le studio, e una volta prese le infilzo vigliaccamente, per poi mostrarle al mio ego. Sul muro del mio studio le farfalle sono li impotenti a mostrarmi le loro ali. Ognuna di esse mi ricorda in che giorno è stata presa, le emozioni che avevo in quel momento, e cosa pensai la sera quando tornai nel mio appartamento con la preda inerme. Mai mi sono chiesto però cosa pensasse quel piccolo esserino prima di essere preso dalla mia rete, cosa temesse dopo nella sua gabbietta, e infine quale maledizioni mi avesse potuto mandare un attimo prima di morire.

Una notte però mi vennero alla mente tutte insieme quelle domande.
Era una sera di ottobre, un ottobre che già sapeva d’inverno. Sedevo su una panchina con un amico a fumare una sigaretta quando la mia attenzione venne catturata da un’ombra che si muoveva isterica sopra di me. Proprio sotto il lampione che illuminava me, il mio amico e la panchina in quel giardino semideserto.
Era una falena che stava lanciandosi disperata contro la luce che prima o poi l’avrebbe uccisa. Girava e girava intorno a quella lampadina, sfiorava la luce e poi si allontanava terrorizzata. Poi si abbassava in quel volo discontinuo e infine tornava a sfiorare la lampadina infuocata.
Il mio amico continuava a parlare e fumare ma io neanche lo guardavo. Ero abbagliato da quell’inseguimento pazzo alla propria morte. Non so perché proprio quella falena, invece di tante altre che ho visto in vita mia, mi fulminò l’anima e fece di me finalmente dopo anni di eccidi, un uomo pensante. Come la farfalla attendeva la morte in una vita breve e perfetta, la falena la cercava, insistente e folle, forse per perseguire la stessa divinità della sua cugina diurna.
Mentre continuavo a seguire il volo notturno di quell’esserino scuro mi inginocchiai ai piedi del lampione e cominciai a scavare con le mani cercando i fili che collegavano la lampada all’elettricità. Il mio amico mi prese per pazzo come era normale che fosse, poi paralizzato dai miei gesti insensati stette fermo a guardarmi mentre cercavo di evitare alla falena una morte inutile.
Le dita iniziarono a farmi male e la terra mi sembrava sempre più dura. Alternavo lo sguardo tra i percorsi aerei del piccolo animale e la ricerca dei cavi della luce.
Finalmente trovai un tubo flessibile che conteneva i fili elettrici, presi a strapparlo, prima con le mani e poi con le chiavi. Trovai i cavi della luce e usai l’accendino per scioglierli fino a vedere il rame. Erano concitati i miei movimenti ma sembrava funzionassero. Alla fine strappai con tutta la forza che avevo ancora quel che rimaneva delle fibre che illuminavano la fonte di luce e di morte allo stesso tempo.

Il buio calò sulla panchina e i miei occhi ci misero qualche decina di secondi per abituarsi a vedere nella semioscurità. Dei lampioni si spensero, mentre altri continuarono ad illuminare i sentieri dei giardini. La falena, forse esausta dal volo senza paura intorno alla propria fine, pian piano discese come un aeroplano che compie evoluzioni per divertire gli spettatori. Circonferenze ellittiche svolse fino a ritrovarsi a pochi centimetri da me. Si posò sulla panchina e mi avvicinai per osservarla. Aveva le ali striate di bianco e d’argento, qualche puntino luminoso ne adornava le parti più nere e macabre del mantello. Dicono sia brutta la falena. Quella mi sembrò meravigliosa. Cercai di prenderla avvicinando le dita al legno dove si era posata, lei però volò via allontanandosi da me. Da noi. Io e il mio amico la osservammo volare di nuovo nello scuro della notte alla ricerca di nuove cose da fare.
La seguii per qualche passo, fino a che non la vidi planare di nuovo sotto uno dei lampioni ancora illuminati. Sospirai rassegnato mentre la farfalla della notte ricominciò la folle corsa verso la propria morte, intorno alla fiamma ardente del proprio destino. Piansi.

Da quella sera non catturai più farfalle. Quelle che ho sono ancora sul muro, a ricordarmi quanto ero stupido prima, a volermi sovrapporre alla sorte. Al centro della mia collezione c’è un bellissimo esemplare di una falena con le ali striate di bianco e d’argento, ma purtroppo, leggermente bruciacchiate.
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domenica, 07 ottobre 2007, ore 19:54

Il primo seno

 

Non so come mi sia venuta in mente quella sensazione. E’ stato un

lampo. Un’ondata di luce che mi ha illuminato un angolo nascosto e recondito della memoria.

So solo che ho chiuso gli occhi, e inspirando è sembrata materializzarsi, insieme all’ossigeno, l’umidità e l’odore del legno, tipico del posto in cui lavoro.
Ho risentito la mia mano su quella superficie morbida come se fosse accaduto un’ora prima.

E invece no. Invece devono essere passati almeno ventitre anni.

 

Era sera. Forse settembre, forse ottobre. Non ricordo più neanche questo. Avevamo passato una bella giornata in città, tra monumenti, vetrine e gelati monumentali nella più famosa gelateria di Roma - potrei descrivervi minuziosamente i mille gusti racchiusi dentro la coppa olimpica di Giolitti, ma sarà meglio tralasciare.

I fanali e i lampioni ci passavano rapidi davanti gli occhi mentre l’auto che guidava mio padre correva tranquilla verso il mare, verso Ostia. Accanto c’era mia madre.

Si, doveva essere il finire dell’estate, quando ci si veste ancora leggeri, ma se la sera è un po’ più fresco e non si indossa una felpa, anche di cotone, si rischia di buscarsi un’infreddatura.

Roma è splendida in quei giorni di solito. Gli alberi delle ville iniziano a colorarsi di rosso e il famoso ponentino rinfresca le serate e le strade arse dal sole ancora potente.

Dietro c’eravamo noi due. Entrambi in bilico tra pubertà e adolescenza. Io non potevo avere più di tredici anni. Lei due più di me. Già donna ai miei occhi di ragazzino.

Non aveva una bellezza in senso classico. Aveva, certo, la fronte ampia e gli zigomi alti, tipici nelle donne dell’est. Aveva una carnagione chiarissima, appena scurita in quel concludersi estivo, dopo mesi di sol leone.

Gli occhi erano leggermente a mandorla, di un nocciola chiaro, screziati di minuscole pagliuzze color verde smeraldo, rubate forse a quel mare da cui proveniva.

Aveva un naso imperfetto, si, ma a un ragazzino di tredici anni appena compiuti non importava poi tanto. Mi affascinava il modo in cui parlava. L’accento straniero la rendeva misteriosa, e quei due anni in più le crearono da subito intorno, una patina di femminilità che mi emozionava ogni notte quando mi mettevo a letto e sapevo che sopra la mia stanza dormiva lei. Il mio mistero personale. Cosa faceva? Cosa pensava? Com’era soprattutto.

Mentre la notte avvolgeva l’auto che si faceva strada lungo la via del Mare, i fanali iniziarono a stancarci gli occhi. La fatica iniziava a farsi sentire e il tragitto pareva infinito.

Così la sentii pian piano appoggiare la testa sulla mia spalla. Scivolò giù facendomi sfiorare con il naso i suoi capelli. Il suo profumo mi invase naso e testa, e mentre continuava a scendere mettendosi a dormire sulle mie gambe, pensai che mi piaceva quel profumo.

Sapeva di pesca acerba, e anche se c’era del sudore per il caldo del giorno, si mischiava al profumo della sua pelle, all’odore dei suoi capelli, e come una forza magnetica fa con i metalli, quell’essenza magica mi fece scivolare la mano destra sui suoi capelli castani per carezzarli.

 

Non so neanch’io come – questo è un racconto pieno di dubbi, me ne rendo conto – ma mi sembrò naturale farlo, come se fosse normale che lei se lo lasciasse fare, e mi sembrò naturale usare l’altra mano per cingerle la spalla. Era lì, e era per me. Mia.

Non volevo essere disturbato dai miei che seguivano la strada e la radio, così chiusi gli occhi e finsi di dormire. Imitai il respiro leggero, da sonno, di quella ragazza, e la tentazione di abbassare la mano dalla sua spalla al seno venne da sé.

C’era la felpa e una maglietta tra i miei polpastrelli e il suo seno acerbo, ma già abbastanza matura per risvegliare in me quello che già conoscevo, ma solo a parole, nei sogni, nelle fantasie.

E rimasi così, senza mai dormire ma ad occhi chiusi. Respirando la sua pelle e carezzandole i capelli, e poi un orecchio e poi…

 

E poi per forza gli attimi da cogliere svaniscono sempre, così arrivammo a casa. Lei si alzò su e io non seppi mai come mi guardò, la mia codardia mi fece abbassare gli occhi a terra. Probabilmente arrossii.

Entrammo in casa e l’atmosfera di colpo cambiò, bisognava assolutamente che tutti si facessero una doccia perché la giornata era stata lunga. Io per primo dovetti ammettere che si, ne avevo bisogno di una doccia. E solo io sapevo perché.

Iniziai così a chiamare mia madre per chissà quale aiuto. I ragazzini di tredici anni hanno bisogno di qualsiasi cosa a quell’età, e la madre è la loro unica speranza. In più io dovevo essere disturbato e innervosito dalla brusca interruzione del mio sogno personale, del mio sogno a due, veramente.

Così lei, forse arrabbiata per aver capito da chi s’era lasciata toccare, o forse stranita per non essere riuscita a leggere in me nessuna reazione a quella “divina” concessione, iniziò a canzonarmi. A darmi del bambino, del mammone. E Dio solo sa quanto avesse ragione.

Io altrettanto stupidamente dimenticai in un attimo cosa mi lasciò fare – perché me lo lasciò fare, ora mi ci giocherei una mano, allora invece ero quasi sicuro che dormisse davvero – e con i gesti, cattivo come solo certi bambini sanno essere, le mostrai cosa le avevo appena fatto.

Feci svanire in meno di un secondo tutta la poesia, tutto l’incanto, tutto il sogno che avevamo vissuto e potevamo vivere. Tutto.

Capii subito di aver fatto la più grossa cazzata della mia vita – almeno fino ad allora, dopo ne ho fatte e dette tante altre, e molto più grosse, purtroppo.

Non ne parlai mai più con lei.
E anche ora, che siamo adulti, e che lei è madre di una splendida bambina, non oserei mai ricordarle quell’episodio ricomparso misteriosamente nella mia mente, in una mattina di un caldo ottobre del duemilasette.

 


D.

03 - 10 - 07
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domenica, 23 settembre 2007, ore 20:27

Una bella famiglia

Luciano prima di cena si metteva sempre in divisa. Appoggiava la giacca sullo schienale della sedia e il cappello sul tavolo, senza avere la minima paura che si sporcasse. Lo faceva ogni santa sera quando andava a lavoro.
Mangiava sempre piuttosto presto, verso le sette e un quarto, e con lui mangiavano anche sua moglie e suo figlio Lorenzo.
A lui piaceva così. Piaceva vedere la famiglia unita davanti la tavola, parlare delle cose successe nella sua famiglia senza accendere la televisione.
Perché Luciano dormiva quasi tutto il giorno e quando si svegliava la moglie era indaffarata con le cose di casa e la cena, e suo figlio o era fuori a giocare con gli amici, oppure, come capita spesso, in camera a studiare.
A Luciano piaceva la sua famiglia.
Quella sera Marta, la moglie, gli disse che aveva fatto i colloqui con i professori delle medie di Lorenzo. E non fu un bel colloquio, disse. Lorenzo andava male, non studiava più come prima, non parlava ed era svogliato a scuola. Pareva che andasse male anche a ginnastica, aggiunse Marta fissando il figlio.
”E come cavolo è che vai male se stai sempre dentro quella camera a studiare Lorè?”
“Non lo so papà…”
“Guarda che almeno le medie le devi finire eh? Che senno a quattordici anni ti faccio andare a lavorà da zio Michele! E quello fa il muratore. Capito Lorè?”
”Si papà…”
Lorenzo era fisso nel piatto di minestra tiepida senza nessuna voglia di mangiarla. Avrebbe voluto scomparire. Anzi, meglio. Avrebbe voluto gridare al padre che poteva fare quel che cazzo voleva, che tanto lui se ne fotteva della scuola, dei professori e di lui. Ma non lo fece. Stette li a rimirare i fili di parmigiano fuso che colavano nel brodo.
“Guarda che ora la scuola è obbligatoria fino a sedici anni…”
”Marta non ti ci mettere pure te che già questo non mi da retta!” urlò alzandosi in piedi Luciano. Sbuffo fulminando il figlio con uno sguardo e prese il cappello.
”Io me ne vado che è meglio… che non lo so che succede sennò!...”
Non passarono dieci secondi che la porta di casa si aprì e si chiuse subito dopo con violenza.
Lorenzo era ancora lì a fissare il piatto e la madre sbuffando iniziò a sparecchiare
”Io non lo so che ti piglia. Sei stato sempre bravo.. sono tre o quattro mesi che non si capisce cosa c’è che non va… e chi lo sente poi a quello? Tuo padre è buono e caro ma se gli pigliano i cinque minuti… dai retta a me. Finisci di mangiare e vai di là. Ma studia cavolo! Non guardare la tivvù!”
”Non la guardo la tivvù io! A me mi fa schifo la tivvù!”
Con gli occhi rossi il ragazzino si alzò e filò in camera sua come un razzo. La madre scosse la testa rassegnata sperando che tutto si sarebbe risolto per il meglio.

Luciano ancora accaldato dalla rabbia e dalla minestra salì in macchina. Era ancora presto per il lavoro e quindi decise di passare verso la tangenziale. Ci passava spesso Luciano da quelle parti. Usciva prima di casa apposta certe sere, dicendo che doveva fare gli straordinari. E quella sera aveva proprio bisogno di trovare quello che di solito andava cercando in quelle vie.
I primi falò sembrarono rassicurarlo. Non ce ne erano molti. Non come una volta, quando suo padre lo accompagnò la prima volta a diventare uomo.
Ma a Luciano, che faceva la guardia giurata da una vita, quindici anni di onesto servizio, sembrava che se lo meritasse quello svago di tanto in tanto. Che i soldi sono i miei, diceva, e ci faccio quel che cazzo voglio.
Così passava davanti alle prostitute. Quasi tutte di colore, e sorridendo a tutte sceglieva sempre la più bella. La portava dietro alla discarica abusiva appena sotto la tangenziale e ci faceva quello che ci doveva fare. Poi salutava tranquillo. E andava a lavoro.

Marta rassettava la cucina. Lucidava fino a vederlo brillare il lavello. Scopava per terra e si metteva a guardare la televisione. A basso volume. Per ascoltare attenta, soprattutto, quando il figlio sarebbe andato a letto. Sempre a pigiare su quei tasti del suo computer quel benedetto figliolo e a scuola nessun risultato da qualche mese.

Finalmente vedeva spegnersi la luce della cameretta. Lo vedeva andare a lavarsi i denti. Lo salutava e aspettava dieci minuti. Poi prendeva il cellulare e come quasi ogni sera digitava lo stesso numero “Si… vieni… non suonare eh? Ti lascio la porta accostata…”
Si sistemava rapida, un po’ di trucco, ma solo un po’ che sennò si lasciavano tracce sulle lenzuola bianche. Poi lui entrava e lo portava in camera.
Da un paio d’anni un ragazzo di cinque anni più giovane di lei le aveva fatto una corte spietata. Ogni volta che usciva a fare la spesa se lo ritrovava davanti che le sorrideva e iniziava a parlarle di tutto. E a lei sembrò di tornare ventenne, quando Luciano la passava a prendere con la macchina e si facevano quei giri al mare interminabili che finivano sempre con la loro passione consumata nella pineta.
Non era vecchia ma se la sentiva l’età avanzare. Quasi quarant’anni e suo marito non la guardava più. Magari aveva un amante. Quindi perché rinunciare a quel ragazzo affascinante che la faceva sentire bellissima?
Aveva tutta la notte. Lorenzo non sarebbe tornato che all’alba, e il suo amante lavorava solo di pomeriggio. Situazione ideale. Bastava che facessero piano. E nessuno si sarebbe accorto di loro.
 
Lorenzo in camera sua era alle prese col mondo invece. Da quel piccolo schermo aveva scoperto cose di cui non conosceva neanche l’esistenza. Da un po’ di tempo aveva scoperto cosa succede quando da bambini si diventa uomini e questo l’aveva catapultato in orizzonti eccitanti e elettrizzanti. Un suo amico gli aveva passato un paio di siti dove chattare, giocare e fare finta di essere qualcun altro al tempo stesso. Un paio di siti dove un nick nasconde un universo di bugie che nessuno mai avrebbe scoperto.
Da quei due siti Lorenzo arrivò ai giochi erotici. E passava le notti fingendo di essere un trentenne single o un ventenne timido. O semplicemente un uomo. Gli altri nick, quelli femminili, parlavano con lui, giocavano con lui, si divertivano. E Lorenzo che alle ragazze della sua età non riusciva neanche ad arrivare perché era considerato troppo ragazzino, contemplava il suo finto essere uomo maturo da quello schermo. In silenzio. Digitando i tasti molto piano.
In modo che la madre, che sapeva impegnata nell’altra stanza, non si accorgesse di quella sua finta e nuova maturità.
 
D.
21-09-07
 
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categoria : racconto

lunedì, 13 agosto 2007, ore 21:33

IL VENTO DEL SUD
Viene da sud il vento dell’estate,
soffiandoti i pensieri tra i capelli
come le dita di un sogno mai nato
t’accarezza le guance coi miei baci.

Soffia forte, più forte il grecale,
ti fa piangere gli occhi tuoi neri,
giocando una rincorsa fra i cespugli,
scrivendo i miei “Ti amo” sopra un lago.

E il vento ti sussurrerà il mio nome
mentre sorridi e piangi, e ancora ridi
e plasmerà le nubi in un abbraccio,
quello che ogni notte sogno e sogni.

E un giorno il vento porterà la mia speranza,
e diverrà mie mani, mia bocca, mia passione,
e sarà come fossi lì, anche un secondo

finchè la pioggia non laverà via il ricordo.

D. (11-07-07)

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categoria :

mercoledì, 04 luglio 2007, ore 16:43

L'umidità

L’umidità estiva scende sulla spiaggia
come la luce della luna piena
precipita morbida sulla tua pelle bianca.

Ed il mare accompagna i tuoi sospiri.

L’umido dolce e caldo
tra le tue cosce morbide
mi avvolge l’anima e il sorriso.

Ed il mare accompagna i tuoi sospiri.

La sabbia nera come i tuoi occhi e i miei pensieri
ci circonda
in un abbraccio lungo una notte intera.

Ed il mare accompagna i tuoi sospiri.

L’ultimo umido è sul mio sguardo
mentre ripenso alle mie dita su di te
e al brivido di passione che ha il tuo sapore.

Ed il mare accompagna i tuoi sospiri…



02-07-07

D.
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categoria : poesia

domenica, 24 giugno 2007, ore 10:48

Cantilena dell'amore riscoperto

Sale e m’assale di nuovo la febbre
gli occhi ricercano
i sospiri passati,
sogni rinchiusi dai metri d’asfalto
riaffiorano dolci
in un fiore appassito.

E riattraverso passioni perdute
prima che il sogno
scompaia nel lago,
bagno le labbra d’amare parole,
dopo ti bacio,
tra un iris e una rosa.

Vivo l’oceano
d’amore e in peccato
che un giorno avvicina
ed un giorno allontana,
e annego il presente sognando il passato
scrivendo il futuro
prima che sia in scena.

A B.    18-06-07

 

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categoria : poesia

lunedì, 21 maggio 2007, ore 19:53

Camminando


Camminare
tra riflessi spenti in vetrine accese
di ricordi lontani che s’annebbiano appena,
le mani in tasca e le idee nel cappello,
inutile protezione
per una primavera piovosa.

Si specchiano le malinconie
nelle pozzanghere del passato,
calpesti accarezzi e attraversi
le donne splendenti nel tuo misero universo.

Più cerchi di rivivere la passione
più il cuore fa male, combattuto,
allora affoghi la memoria
in altra memoria da dimenticare
con la paura di un nuovo dolore,
con la pazienza di un bambino.

La luna ti accompagna
nelle tue passeggiate,
nelle tue insane elucubrazioni,
solitaria come un gatto nel buio,
malinconica come vite solo sognate.

12-05-07



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