Come Colla tra le Dita
A ogni parola,
a ogni emozione.
A ogni frase detta e non detta,
a ogni sguardo rumore o suono,
sento il dolore che ritorna in fitte acute.
Ogni cosa mi riporta al passato,
ogni voce che mi richiama al futuro,
ogni volta che non sento più il terreno
e la testa gira come fa ormai da anni.
Dammi una definizione,
una sillaba, una semplice ragione
per andare avanti,
e lo so che la vita è bella
e ogni minuto va vissuto,
ma ogni minuto fa male,
sempre di più,
di più…
Come colla fra le di dita
non riesco a muovere i pensieri,
vado avanti e non mi muovo,
vado avanti e torno indietro,
cercando la mano di qualcuno che non arriva,
cercando e scappando insieme.
Datemi una direzione,
una strada,
una pozzanghera da percorrere…
sono perso nel buio,
e ho paura.
21-01-2006
In Ospedale
L’auto attraversa le strade tortuose ed il freddo autunnale che hanno le aurore, in ottobre, da quelle parti.
Ogni tanto ti giri a guardarla, e nonostante tu faccia una gran fatica sorridi. E il sorriso appare finto e pallido, esattamente come il sole gelato che si sta alzando questo lunedì.
Quattro ore di macchina per fare una cosa che ufficialmente è possibile in tutta Italia. “Ma da Perugia in su è meglio….” ha detto il dottore.
Quattro ore d’automobile che non passano mai.
Finalmente ti si para davanti la piccola cittadina, medievale e turistica. Infine l’ospedale, grigio e lurido, modernità e cemento e vetri appannati dal grasso del tempo.
Scendete dall’auto. Qualche battuta, qualche sorriso e dopo corridoi caustici trovate il reparto.
Appena accennate a qualche infermiera il perché siete li, intorno non avete che sguardi freddi e poco interesse e scortesia. E pochissime indicazioni.
Attesa.
Sfogli il primo giornale che ti capita a tiro e ti siedi. Lei rimane in piedi. E’ nervosa… ed è normale che lo sia. La guardi e ne eviti gli occhi.
Attesa.
Due ore sulla stessa riga: “Ieri
Le stringi la mano e ti guarda con gli occhi pieni di paura. Vorresti portarla via. Vorresti tornare indietro. Indietro nello spazio. E nel tempo. A casa. Qualche mese prima.
Vorresti qualche parola di conforto. Da chiunque.
“Ieri sera
Finalmente arriva l’infermiera. La saluti. Entrano entrambe in uno scuro corridoio e di nuovo il giornale, e di nuovo l’attesa. Ti risiedi. Le nove. “Ieri sera…” “Ieri sera….” “Ieri….”
Le nove e cinque.
“Ieri…” nove e dieci…
Gli occhi di tutti su di te. Li senti. Magari non è vero ma tu li senti. Ti fanno del male. Gli sguardi rigano sulla tua pelle come la punta della forchetta può strisciare urlante su un piatto. Vorresti urlare a tutti che è qualcos’altro. Che non è come pensano loro. Che magari ci sono mille casi diversi. E quello lo è.
Attesa.
“
Le nove e trenta.
Attesa.
Il rumore delle auto. Le urla dei bambini…. I bambini. Le mamme che vanno a fare l’ecografia con i loro pancioni ingombranti. Mille pensieri ti affollano la mente e nessuno è reale. Perché aspetti. E aspetti…
Finalmente dopo l’interminabile mattina la vedi arrivare. E lei, ma non è lei. Piange, in carrozzina. Cerchi di abbracciarla. E’ lei, ma non è lei. Non lo sarà mai più. Si divincola dall’abbraccio. Ti guarda per un attimo e ti dice quel che hanno fatto. Piange e tu con lei vorresti. Ma non ce la fai. Non puoi. Devi fare quello forte ti dici.
Ti accompagnano in una stanza del reparto. Per controllarla un’oretta… due?
Siete insieme a una neo mamma. Con un neo papà. Sorridi. Di cortesia. Li odi. Odi il mondo.
Lei è sul letto e tu le siedi accanto. Le stringi la mano e parli di cazzate. Qualsiasi cosa che non sia quello. Oddio no. Tutto ma non quello.
Finalmente vi fanno andare e con il cuore calpestato da una carica d’elefanti e gli occhi gonfi come se non avessi dormito da tre giorni esci da quel posto e da quella cittadina. Torni a casa. E non sarà più casa tua. E non sarai più lo stesso.
Nei mesi e gli anni seguenti sorriderai a famiglie con bambini che potevano essere e non sono mai stati... piangi dentro. Ancora. Tutte le lacrime del mondo.
09-01-06
D.
Per la libera scelta alle donne