martedì, 28 febbraio 2006, ore 05:47

Una notte di pioggia, un lottiano ubriaco e un ballo galeotto

La notte piovigginosa era attraversata dalle poche auto che illuminavano l’asfalto con i fari bianchi e lucidi. Pochissime erano le persone a piedi che di corsa cercavano di raggiungere casa quel sabato sera.

Giacomo guidava con gli occhi semichiusi tenendo il volante più o meno saldamente tra le dita e zigzagando sul viale dove i pochi lampioni gli facevano da apripista.Cantava sguaiato completamente sbronzo e con un sorriso ebete stampato in faccia “Strengersindenaittt… vavavava….Strengersindenait….vavavava…”

Cerco di aguzzare la vista quando vide delle luci blu che apparivano e scomparivano, poi anche delle luci rosse e infine capì che davanti alla macchina c’era una auto della polizia con qualcuno che gli si era parato davanti intimandogli l’alt con la paletta. Diede un’inchiodata rumorosissima lasciando tracce delle gomme sull’asfalto e un leggero fumo condito con la tipica puzza di plastica bruciata.

Il sorriso ebete persisteva mentre cigolante faceva abbassare il finestrino “Si?”

“Sera, stava guidando tutto a destra, non l’ha visto? Faccia vedere la patente”. Una poliziotta senza guardarlo direttamente all’interno dell’auto mise la mano dentro aspettando i documenti mentre muovendo il viso a destra e sinistra fece roteare la coda di capelli rossi lungo la schiena.

“Non mi arrestate guardia!... Non ho fatto niente!” disse Giacomo atterrito dalla richiesta della poliziotta. “Ha bevuto, vero?” chiese la ragazza sbirciando ora nell’abitacolo “o magari anche fumato?” era ironica mentre si abbassava a studiarlo in viso e Giacomo subito esclamò con voce spezzata dall’alcool “Guardia conosco Glaudius che credete?...Non mi esiliate, era solo un po’ di erbapipa!”

“Erbache?” disse lei facendo cenno al collega vicino all’auto di avvicinarsi “Senta scenda che ne parliamo eh?”

“Si parliamone va…” Giacomo non si sa bene perché divenne tranquillo e aprì lo sportello “Ditemi guardia, come vi chiamate?”

“Come mi chiamo io, come si chiama lei piuttosto. Dovete ancora darmi la patente…” si interruppe mordendosi la lingua “che dico?... deve ancora darmi la patente, che fa? Parla col voi come si usava cinquant’anni fa?”

Giacomo piazzò l’indice sotto il naso della poliziotta “Attenta madamigella, è vietato dare del tu o del lei, solo del voi!! Attenzione che chiamo una guardia eh?”

L’altro poliziotto dietro di loro sogghignava facendo segno a Laura (così si chiamava la collega) di far fare a lui “Senti ragazzo, non farci perdere tempo, dacci i documenti e dichiara subito se hai droga in macchina così ce la fai più facile”.

Giacomo si voltò cadendo quasi all’udir un’altra voce “Attenzione!! Chi è là? Parola d’ordine! Gratta la gatta matta sotto la latta di latte per le gatte matte!”

I due poliziotti gli si avvicinarono con le mani in avanti come se volessero bloccare il ragazzo ubriaco “Va bene signor scioglilingua, ora ti portiamo in un posto…” disse Laura sorridendogli accondiscendente e pronta a scattare

“In un posto? Dove di bello? Conosco un localino niente male qui vicino, fanno musica latina” e accennando due mosse di samba con la mano sul ventre “il cha cha cha e la rumba mambo e salsa.” Poi guardò entrambe le guardie “Conoscete la salsa voi? Io si… soprattutto al pesto! Oh dea come mi piace!”

“Davvero? Ti piace? E il tango figurato non ti piace?” disse l’uomo annuendo a Giacomo continuando a accondiscendere il ragazzo “Io per esempio amo la mazurca, a te piace?”

“Come no?” fece Giacomo prendendo la mano del poliziotto e con l’altra afferrandogli la vita. Cominciò a saltellare a tempo di un zum pa pa fatto con la bocca e girando intorno a lui “Come vado? So’ bravo lo so! Ho fatto un corso sapete messere?”

Minacciosa la voce di Laura mentre da dietro a sua volta afferrò Giacomo”Ora balli un po’ con me ciccio eh?”. Stretto tra i due il ragazzo non trovò niente di meglio da fare che iniziare a cantare accennando qualche altro passo di danza “E la mazurca di periferia….cippalippa lippa lippa lippa lippa pa… PAPPA’?!!”

Un tuono interruppe l’accenno di danza a tre fatto dallo strano gruppo, Giacomo guardò il cielo e mormorò mentre i due lo seguivano attenti: “Sapete? L’universo è così piccolo, e il mondo così grande, e io … io…” tirò su col naso lasciando a bocca aperta i due poliziotti come sospesi ad ascoltare quel che diceva l’ubriaco “…io ho fame ragazzi, non è che avete un po’ di pasta e fagioli?”

“Ecco!! Ci mancava anche questa… fame chimica eh?” fece Laura ammiccando al collega.

“No che fame chimica, non voglio mica sodio o cadmio o fredmio… io c’ho proprio fame!”

 

Così prima di portare Giacomo per accertamenti in questura, i due poliziotti si fermarono da McDonald per rifocillare loro stessi e l’ubriaco.

Ancora oggi i tre si vedono e convinti da Giacomo passano le serate a ballare rumbe salse e cha cha cha nei corsi di latino sudamericano, finendo poi la serata in qualche paninoteca del centro a parlare di piccoli universi e grandi mondi.

D.

26-02-06

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domenica, 19 febbraio 2006, ore 23:06

La Caccia

La nebbia avvolgeva il canneto e la piccola palude formata poco lontano dalla foce del fiume.

Poco dopo l’alba gli unici rumori che si sentivano in lontananza erano di un cantiere navale in piena attività. Il barcone attraversava le acque marroni imponente e lentissimo, tra ranocchie e immondizia.

I due uomini seduti su di esso avevano il fucile poggiato sulle gambe e tra le mani un grosso palo per uno per poter solcar quell’acqua morta.

Il freddo era pungente, tipico in quelle mattine di primavera entrante. Non si guardavano Pietro e Luigi ma studiavano attenti il cielo pronti a usare il fucile sulle anatre.

“Mi dispiace.”

Le parole di Pietro risuonarono nelle orecchie dell’altro come lame. Luigi chiuse gli occhi e dopo aver appoggiato il palo sul bordo del barcone sussurrò “Capita. Te l’ho già detto ieri no?”

“Lo so, lo so che me l’hai detto! Ma vorrei fare qualcosa di più che scusarmi…” sospirò muovendo gli occhi verso il viola  delle nuvole battute dai primi raggi solari. “Forse è il caso ti venda la mia parte di società e me ne vada.” continuò Pietro.

“E dove vuoi andare?” rispose Luigi sbuffando e guardandolo visibilmente nervoso “Oltretutto mi servi in fabbrica, ricordi? A me la parte commerciale e a te la produzione.”

“Si, ma vedendomi in fabbrica penserai sempre a quel che è successo…” Gli occhi dei due si incrociarono e qualche secondo sembrò diventare un secolo.

Pietro continuò stringendo con forza il fucile tra le dita “Clara…”

Non fece a tempo a continuar la frase che Luigi sobbalzò esclamando “Clara è una puttana. Inutile parlare di lei ora. La sistemerò stasera la questione con lei.”

Un sospirò e gli occhi di Pietro si abbassarono tristi, la gola si seccò quando disse “Non c’è oggi?”

Di nuovo l’aria scocciata di Luigi tornò e come una litania rispose scrutando ancora il cielo “E’ da mia suocera con i bambini…”

Le parole di Pietro tremavano come se l’uomo stesse per irrompere in un pianto “Ho deciso. Me ne vado. Non posso rovinare una famiglia perché sono innamorato.”

Per un momento Luigi parve pensare a quel che aveva detto l’amico. Poi l’urlo risuonò nella valle mentre l’amico tradito si alzava in piedi “Amore? AMORE? Pensavo fosse stata solo una sco…” Si fermò sentendo un formicolio al braccio che gli si trasformò presto in dolore. Pietro si alzò a sua volta lasciando cadere il fucile sul fondo del barcone.

In quel momento esatto un auto passò nella strada lontana. Un battito d’ali e l’anatra s’alzò in volo. Uno sparo.

 

Il 7 marzo del 1963 i più famosi giornali della zona scrivevano così:

 

Strano incidente di caccia finito in tragedia

 

 

Ieri mattina sono stati trovati in una riserva i corpi di due famosi imprenditori della costa veneta.

Pare che mentre erano a caccia di anatre (in stagione migratoria quindi con il divieto), a Luigi Magni sia partito un colpo. La rosa di pallini ha colpito in pieno petto il socio ed amico Pietro Germi, facendolo morire sul colpo.

Subito dopo, i carabinieri hanno riscontrato, che Magni è morto di crepacuore, un infarto probabilmente dovuto al panico di quei momenti che l’ha fatto finire in acqua.

Probabilmente il dottor Magni si era alzato in piedi per soccorrere l’amico ferito.

I due, uno di 34 e l’altro di 35 anni, erano proprietari di una piccola azienda calzaturiera ben avviata. Luigi Magni lascia la moglie Clara di 28 anni e due bambini, uno di sette e l’altro di due anni. Mentre la fidanzata Elisa e il padre e la madre piangono Pietro Germi.

D.

18-02-06

Astrochip
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domenica, 05 febbraio 2006, ore 10:39

 

Lo Spasimo

 

 

Spasimo

 

 

 

La luce che taglia in due quei rami secchi,

e l’aria che attraversa quelle mura,

mattoni su mattoni in infinito,

di chiesa e di una fede da orientale.

 

Spasimo m’attraversa il cuore e l’occhio,

gotica ombra d’una maestà passata,

la spina viva e secca che la gode

come si gode l’afa quand’è freddo.

 

Notti e cicale si che lui ne ha viste,

Spasimo, chiesa d’altri mondi,

al centro di palazzi abbandonati,

tra odori e umidità di mare.

 

E senza fiato dentro a quel ricordo,

rimango gonfio d’emozione piena,

sorrido e la memoria mai si perde,

tra cielo ed erba e gatti da sognare.

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sabato, 04 febbraio 2006, ore 13:01

L`ATTORE



L’attore si muove sul palco zigzagando quasi. Le parole escono fuori come un turbine in un oceano, spande echi e gocce di saliva tutto intorno tentando di dare il meglio di se e, da professionista esperto qual è, di non andare troppo sopra le righe. Una parola alla protagonista, un ordine a una comparsa e poi un ammiccamento al pubblico. I minuti volano veloci in quell’esibizione di una vita. Sotto di lui in prima fila, ad assisterlo, c’è un regista famoso. Il film che attende da anni è arrivato e lui non può perdere l’occasione. “Non devo pensare a chi c’è… non devo pensare a chi mi guarda…” ripete a se stesso nelle poche pause che la commedia gli impone. Gli occhi ogni tanto però scivolano in prima fila cercando nella semi oscurità quel volto nuovo. E la mano si alza nella battuta che fa applaudire il pubblico, e il tempo è rispettato subito dopo quando la scena diventa drammatica, e il pensiero, però, torna sempre lì “Antonio, tu sei Antonio, ricco industriale innamorato della cameriera. Non sei Paolo Ragno, attore emergente da dieci anni di gavetta e frittata. Non sei il donnaiolo dei poveri che si presenta come un grande viveur. Sei Antonio… cazzo… Antonio…”, inspira e socchiude gli occhi. La protagonista davanti a lui inizia a piangere e l’attore con lei. Gli occhi rossi e i singhiozzi. Non è difficile. Gli viene da dentro quel pianto. Ha il panico. Lo sente. Lo avverte in ogni millimetro di pelle, sta sbagliando tutto, “sei troppo sopra le righe” ripete a se stesso quando riapre gli occhi e vede quelli della attrice che lo guardano severi. “Si è accorta anche lei… sono fuori dalla parte… cacchio!”.

Si morde il labbro e tira su le spalle. Il volto verso il pubblico nella scena finale. Un monologo tirato come non era stato mai. Arriva a farsi male con le unghie quando stringe il pugno di entrambe le mani.

Poi l’applauso. Fragoroso. Di tutti, nessuno escluso. Qualcuno chiede il bis, qualcun altro lo chiama per nome, lui rimane ad occhi chiusi a inchinarsi verso il pubblico. Tutte le luci sono accese ora, il teatro è una sola unica luminosissima lampadina. Riapre gli occhi e lì, dove il posto era prenotato per il famosissimo regista non c’era nessuno. “E’ andato via prima… Ho fatto schifo” dice fra se mentre continua a inchinarsi al pubblico.

Triste, senza nessuna voglia di continuare la serata si chiude in camerino. Urla e risate fuori dalla porta. Si accende una sigaretta guardandosi allo specchio. La luce fioca della stanza illumina le prime rughe di espressione che gli segnano il viso, i primi capelli bianchi nei boccoli nerissimi che ha. Gli occhi si fanno rossi e i pensieri vagano al passato e alle mille cose sprecate in quegli anni.

 

Poi qualcuno bussa e apre senza attendere la risposta dell’attore. Sorride consegnandogli una busta e dicendo allegro “Un signore l’ha lasciata poco prima di uscire dalla platea.”

 

La apre senza guardare quel che c’è scritto. Il fattorino esce dal camerino e l’attore ancora con gli occhi fissi nello specchio alza la lettera dove breve è la frase scritta dal regista:

 

“Alle 17 domani nel mio studio. Sono sicuro che lavoreremo bene insieme.”

 

 

David

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categoria : racconto