domenica, 30 aprile 2006, ore 17:41

Fragole e Fumo

Il sole lascia spazio
alla notte di fragole e fumo,
e sorrisi e carezze al limone
e i ricordi si mischiano al sogno.

 

Luce e sospiri
si alternano alle mani,
risate ed ombre
nei giochi dei due amanti,

 

il sonno scende
fino al nuovo sole,
e gli occhi legheranno quei ricordi,

come il respiro di un fiore a primavera.

23-04-06

 

Astrochip
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lunedì, 17 aprile 2006, ore 22:58

Il bimbo

Tutti a rassicurarti che non è nulla, mentre tu, senti il fuoco che ti brucia nella gola e nei polmoni, la tosse che ti fa male invece di darti sollievo e il freddo che ti assale appena ti muovi sotto le coperte.

 

Tua madre ti sorride, ti carezza e ti consola non sapendo, forse, neanche come muoverti. Arriva una dottoressa, quella che hai sempre conosciuto, con cui hai scherzato. Ti fa sedere, ti fa spogliare e ogni movimento è voglia di piangere e abbracciare qualcuno. Le vedi insieme sparire dalla tua stanza, parlottano e la dottoressa se ne va di casa… ti avrà salutato? Non lo ricordi. Poi senti tua madre fare mille telefonate, nel corridoio la voce rimbomba e non capisci che dice, e le tue orecchie fischiano per la febbre alta e il malessere che senti dai piedi alla testa. Ogni tanto la chiami, lei viene, ti sorride e poi scompare di nuovo a telefonare.

 

Poi la nebbia e il sonno ti avvolgono e la mattina passa mentre pensi che devi scrivere ancora un sacco di lettere, che un tuo compagno di classe ti ha telefonato e ti ha detto proprio ieri che stanno facendo le divisioni.

 

Ti svegliano in quattro, ci sono i tuoi genitori e una coppia di loro amici, tutti sorridenti ti prendono in braccio e ti avvolgono in una coperta. Il freddo si moltiplica mentre ti portano fuori dal palazzo tremante e quasi incosciente, e non vedi il grigio del cielo di novembre, e non vedi il mare autunnale che si muove in lontananza. Poco dopo essere entrato in auto ti devi essere riaddormentato di nuovo, spossato dagli scossoni della tosse cattiva, qualcuno ti dice battute che a malapena capisci, qualcuno parla di orecchioni.

 

Attraversate la via del mare e poi entri nella grande città, di solito è una gioia per te arrivare li. Lì ci sono tua nonna e tuo nonno, il bar con i gelati, i grandi negozi di giocattoli, il colosseo, ma niente pensi se non che ti fa male dentro.

 

L’ospedale per bambini, “con tanti bambini della tua età”, ti dicono gli amici dei tuoi genitori, si avvicina all’auto un po’ minaccioso. Entrate dentro e aspettate la visita. Continuano a alternarti tra le braccia dell’uno o dell’altra finché non arriva un’infermiera, il sorriso falso di zucchero avariato e ti mette su un lettino. Non appena capisci quel che sta per fare, inizi a urlare e piangere alzando le mani verso tuo padre e tua madre, gridi “papà” con la gola arroventata dalla febbre e dal pianto ma l’infermiera ti porta via. Ti mettono in una stanza. Bianca. I pupazzi alla parete e quadri colorati sui muri ma il bianco acceca e gli occhi sono stanchi. Continui a piangere fino a quando hai le forze, poi mentre ti stai addormentando senti bussare a una parete.

 

Dietro di essa, fatta solo di vetro, ci sono i tuoi genitori, ti sorridono e ti salutano, e tu piangi immobile al letto con un’infermiera che cerca di non farti alzare. Se ne vanno, ritornano, di nuovo se ne vanno e passi la giornata estenuante con quest’altalena, senza capire perché ti hanno portato via da casa. Cercando di capire quanto puoi essere stato cattivo per avere quella punizione. Ti portano un bambolotto, che tuo padre ti ha comprato, e lo tieni li accanto a te tutta la notte piangendo e svegliandoti per la febbre, il dolore e gli incubi. Gli aghi accompagneranno i tre giorni seguenti. Ti svegliano a mezzanotte per donarti la tua razione di bruciore all’antibiotico, ti infilano il dolore in un braccio costringendolo a una flebo forzata.

 

E piangi e te la fai sotto, e prendi gli strilli delle infermiere, e urli di volere la mamma, ma nessuno ti da ascolto in quelle notti illuminate dal neon freddo del corridoio. Senti i bambini che scherzano e ridono nelle stanze accanto e ti chiedi se è una prova che devi superare per arrivare a ridere di nuovo come loro.

 

Poi finalmente arriva la mattina della visita del primario. Ti prendono a forza, ti staccano la flebo e ti gettano in una vasca. Hai un gran freddo e voglia di scappare quando l’infermiera, tanto per cambiare ti accusa di essere sporco e frignone, così fai quella doccia vergognosa mentre ti bagnano l’acqua del rubinetto e le lacrime sulle guance.

 

Come se nulla fosse arriva dopo interminabili quarti d’ora il dottore, ti visita, ti sorride, e tu rispondi senza guardarlo negli occhi a monosillabi, forse ci sono i tuoi a guardarti e a guardare la visita oltre quella parete di vetro ma non te ne accorgi. Poi con lo sguardo accigliato guarda i colleghi e tu ti aspetti che dica che tutto quel che hai passato te lo meriti ma tuona: “Chi cazzo è quell’animale che ha diagnosticato gli orecchioni?? Questa è polmonite!”

 

Un mese passerai ancora in quell’ospedale, con tua madre accanto e con le flebo a farti compagnia, ma le visite si moltiplicheranno e i parenti ti porteranno i regali.

 

Hai superato la prova, la tua punizione è finita, anche se non saprai mai bene che cosa avevi fatto per avere quella condanna.

17-04-06

Astrochip
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