Training autogeno
Gli occhi chiusi. La voce ti guida tra sogno e realtà, tra inconscio e vita vera. I muscoli tesi si rilassano, il cuore rallenta fino quasi a frenare. Ribelle un occhio continua a tremolare nervoso fino alla calma, alla quiete.
Il diaframma si sgonfia e le luci ronzano nella tua testa fino a farsi immagini.
L`atrio sulle scale era intriso di umido e buio, il palazzo di tufo nero era circondato di estate calda e torrida. Era uno di quei pomeriggi odiosi dove i grandi dormono, o magari fanno l`amore, e i bimbi giocano in silenzio. E in silenzio giocavi imitando il rumore delle auto preferite con un tuo amico, scherzavi e i pensieri erano solo su chi poteva avere quella spider rossa.
Poi non fu più tempo di bambini, ma ti fecero diventare grande... in un attimo. E otto anni divennero cento quando sentisti le mani di chi era più grande di te affondare nelle tue paure. Ridevano. Di quelle risate finte e cattive, tutti e due quei ragazzi più grandi.
Paura e senso di sporco ti rimasero dopo e lo sguardo che non sapeva più sostenere quello degli altri.
Cancellate le sensazioni rimase solo quella di vuoto. Assoluto. Ti sentivi perso e perso facesti cose che mai avresti pensato per attirare l`attenzione dei tuoi genitori. Non lo seppero mai, e la vergogna ti accompagnò per tanto di quel tempo...
Poi torna il buio e i muscoli che si son fatti contratti a quei ricordi cerchi di nuovo di rilassarli, un respiro più grosso degli altri ti accompagna nella luce e in un passato molto più recente...
Appare la luce e un cielo fatto di serenità ti circonda ora. Un monte e il verde e il sole che riscalda la pelle in un caloroso settembre.
Sospiri e fiumi di parole e risate accompagnano i tuoi sguardi nei suoi.
Vivi negli occhi di quella ragazza scambiando emozioni e desideri e sogni. Senza vergogna giochi con lei sull`erba e attraversate insieme quel giorno con la passione di un adulto e la gioia di un bambino.
Ora le mischi quelle immagini, luce e buio, bianco e nero, odio e amore gioia ed abuso.
Venticinque anni in un lampo tra il sale e lo zucchero, tra vergogna ed un bacio, venticinque anni dove ti ritrovavi a scavare sempre più a fondo per nasconderti quel ricordo.
Poi lei. Poi è arrivato il coraggio e le parole son uscite da sole insieme alle lacrime, e la vergogna è svanita, ed è svanito quel groppo alla gola che ti accompagnava ogni volta che quel palazzo eri costretto a guardarlo di nuovo.
David
17/05/06
Il mio Primo Concerto del Primo Maggio (tanti tanti anni fa)
Preparazione per andare al concerto: zainetto, dentro allo zainetto felpetta nel caso quando si torna a casa dopo l’una di notte faccia freschino; un paio di panini che si vorrebbero tagliati dal filone di pane, fini, e invece la mamma taglia sempre dello spessore del libro “Il signore degli anelli” rilegato in brossura; carte, possibilmente piacentine ma anche francesi purchè ci siano dato che bisogna arrivare lì prima di pranzo per prendere i primi posti davanti al palco e poi ci si rompe (puntualmente però si dimenticano o ci si pensa mezzora dopo esser partiti quindi ci si rompe); k-way nel caso piovesse; una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo che dopo dieci minuti in auto diventa bollente e quando si arriva al concerto viene utilizzata immediatamente come gavettone; un ticchettino di hashish, illegale si ma quel poco che basta per poter offrire a quello accanto che invece ne ha mezzo chilo così poi lui ti offre per tutta la serata.
Si parte in cinque, possibilmente in un’auto grande, ma di solito l’auto grande è una panda o un ax citroen o una 128 rossa riverniciata in verde antiruggine. Puntualmente tutti dicono di portare una ragazza ma alla fine i cinque sono tutti maschi e l’ultima volta che han visto una donna è stato alla magliana di notte, e forse non era neanche una donna.
La strada sempre trafficatissima la mattina del primo maggio si percorre da Ostia in due ore scarse quando di solito ci si mette mezzora fino a S.Giovanni, uno dei cinque esclama: “Io so un buon posto dove parcheggiare!” e tutti approvano l’idea, dopo tre ore di girovagare tra incroci semafori e pedoni intorno alle mura di Via Sannio si decide di spostare un cassonetto dell’immondizia a mano e metterci l’auto in sosta vietatissima, che tanto i vigili hanno altro a cui pensare.
Ci si incammina verso il prato davanti alla Basilica, convinti di non trovare nessuno data l’ora e che oggi non c’è neanche un gran sole. Dopo essersi fermati nell’ordine: a un bar per prendere un caffè, a una pizzeria perché sono le dodici e a qualcuno è venuto un certo languorino, in edicola così si legge il corriere dello sport mentre si aspetta, a un altro bar perché a qualcuno scappa e dopo dove la si fa?, da un ambulante a prendere un panino che sta lì dal 1969 perché a uno la pizza non bastava. Ci si affaccia oltre la porta e un oceano di folla aspetta già davanti al palco.
Ti fai strada con gli altri quattro attraverso la folla tra bancarelle, maxi schermi (peraltro inutili per quasi tutta la giornata, dato che col riflesso del sole non si vede assolutamente una mazza), finchè non arrivi nei pressi di una panchina. Almeno un centinaio di persone ci sono attorno, che lottano per appoggiarsi ad essa, con la schiena, con la nuca o con un alluce del piede sinistro, anche solo per fare presenza. Il concerto non è neanche iniziato e già intorno gravità un odore misto tra cannabis, sudore e scarpe superga putrefatte. Si trova un angoletto libero e vi sedete, e dopo cinque minuti i crampi dalle ginocchia salgono fino alle orecchie.
Quando si è fortunati si assiste alle prove per il concerto vero e proprio che inizia più tardi, questo comporta che molte ragazze e molti ragazzi si alzano dalla panchina per raggiungere il palco a diversi chilometri da lì per vedere il proprio beniamino, spesso però non è il beniamino ma un sosia che strimpella con la banda del cantante vero per provare il microfono, così le ragazze ritornano calpestando zaino, panini, acqua e quell’unico tocco di hashish che tenevi con cura dall’ultimo capodanno.
Si ritorna tutti ai propri posti e si inizia ad adocchiare la ragazzetta di qualcun altro (perché non si sa come ma ai concerti del Primo Maggio a Roma le ragazze vanno sistematicamente accompagnate), le sorridi, le ammicchi, le fai segno se vuole una sigaretta poi finalmente ti accorgi, quando ti credevi già sposato con tre figli, che lei sta adocchiando quello dietro di te che è senza maglietta, ha duecento tatuaggi tribal sul tricipite e tutta la formazione della Roma dello scudetto dell’82, così riabbassi la testa e inizi a rollare l’unica canna che si ha, in cinque.
Sempre per qualche caso strano, la telecamera (l’unica che gira tra il pubblico ogni volta che c’è un collegamento da un telegiornale) ti inquadra proprio quando la canna si sta per accendere. Sorridi e la ingoi tra rantolii e colpi di tosse mentre un centinaio di persone intorno a te indicano alla telecamera il cretino con la faccia viola che ha tentato di suicidarsi con la cannabis.
Prima che il sole cali e inizi il concerto uno dei cinque ha avuto un collasso per il calore e un poco di erba aspirata da un gruppetto accanto, si fa conoscenza con i ragazzi intorno, la maggior parte meridionali fuori sede e fuori corso, di solito quarantenni con i capelli grigi (quando ne hanno) che non demordono e continuano a fare l’università della Sapienza sovvenzionati da genitori che, o già stanno all’ospizio, o hanno perso qualsiasi speranza di vedere il loro unico figlio dottore.
Il concerto inizia, e ci si alza tutti in piedi cercando di raggiungere finalmente il palco. I mezzi più usati sono: i semplici spintoni; le toccate ai deretani della ragazza accompagnata dall’energumeno, poi quando bavoso di rabbia l’energumeno si gira per chiedere chi è stato si indica un secondo energumeno proprio accanto a te, così da creare un vortice tra la folla e entrarvi senza molti problemi; fingere un infortunio grave, una gamba zoppa, un braccio mancante, o qualsiasi altra forma di bassezza morale è consentita per raggiungere le inferiate davanti al palco.
Se si raggiunge una delle panchine adiacenti si troverà un gruppo di scalmanati che pogano sopra di essa, saltando giù sulla folla… una, due, tre volte e si inizia con sommo divertimento a picchiare i cretini pogatori, anche perché di solito lo fanno quando si esibisce qualche cantante pop italiana e invece quando arrivano gli Iron Maiden o simili fuggono terrorizzati fingendo di cercare una Coca.
Il concerto finisce e sempre se si è fortunati non ha piovuto. Nel caso l’acqua fosse cascata giù si sarebbe usato il famoso K-Way preventivamente portato. Di solito il K-Way ha l’effetto forno, cioè ti ripara fuori dalla pioggia, ma all’interno la pelle inizia a bollire alla temperatura di 150 gradi farenheit e dato che freddo, a maggio, a Roma non ne fa, si cominciano a sentire le gambe molli e un senso di pesantezza agli occhi. Nel caso si rimanesse vivi dopo quest’esperienza si uscirebbe dalla folla con un fazzoletto di plastica intorno alla vita e non più il K-Way nuovissimo comprato da mamma il giorno prima, dato che non solo la pelle ma anche la plastica inizierebbe a cuocersi dopo un po’.
I cinque ragazzi fradici e rimbecilliti dal fumo e dalla folla, nonché dalla musica che a distanza ravvicinata spesso è inascoltabile, cercano di raggiungere sotto un diluvio la macchina, e in sequenza accade che:
non si ritrova l’automobile alla prima occasione, e spesso o si è sbagliato la strada, o l’auto è stata portata via da un carroattrezzi chiamato da un vigile che certo aveva di meglio da fare che controllare il traffico il giorno in cui tutto il mondo festeggia il lavoro e non ci va (a lavoro);
Ritrovata l’automobile, c’è comunque una multa che tutti promettono di spartire e invece paga puntualmente il proprietario della macchina da solo;
si consola uno dei cinque sulla via del ritorno perché ha perduto, il mazzo di carte, l’ultimo mozzicone dell’ultima canna, e il numero di telefono dell’unica ragazza che l’aveva filato in tutta la giornata.
Alla fine distrutti ma felici ritornano a casa i cinque e il giorno dopo racconteranno a scuola le loro avventure con fantomatiche ragazze siciliane o milanesi e che il concerto non l’hanno visto per nulla imboscati com’erano con una, sotto la panchina.
David
1-5-06