venerdì, 22 settembre 2006, ore 17:57

E ancora sto qui e guardo il cielo.
Le nuvole iniziano a coprire l’estate. L’autunno colora di sangue e di oro gli alberi e la mia anima.
Il vento soffia sui rami spazzando via le foglie e i sorrisi dell’estate e ancora una volta, siamo soli faccia a faccia. Io e la mia malinconia.
E non trovo le parole.
Non le trovo per descrivere a chi dice di odiare il caldo e l’estate che cosa sono state le mie estati. Non le trovo per raccontare le emozioni vivide e forti che mi fanno vibrare la pelle e il cuore.
Ricordo estati cattive, costretto in casa dal caldo e dai pochi soldi, con genitori urlanti e zanzare kamikaze. Ricordo le estati di delusioni d’amore, quelle quando il petto ti rimbomba di desiderio e lei si perde negli occhi di un altro. Ma ricordo…
Ricordo anche due occhi neri in un’auto e la poca ombra a ripararci da un sole cocente; e mani e labbra che si fondono insieme in un insperato desiderio d’amore. E macinare chilometri per raggiungerli quegli occhi neri, ogni volta contando i giorni che ti separavano da lei.
Ricordo, in un mare trasparente, un costume troppo largo e due seni immaturi che si mostravano per sbaglio ai miei occhi di adolescente, troppo incosciente per ringraziare quell’onda marina che mi diede quel dono.
E notti passate davanti a uno schermo a inseguire occhi e sogni irrealizzabili mentre la vita ti passava accanto come un treno InterCity.

Ricordo un profiterole che sapeva di sabbia e di dolcezze, assaggiato in due, dopo aver consumato un rapido amore notturno su una spiaggia illuminata da pochissimi lampioni.
Ricordo una visione di spuma fosforescente, in una notte senza luna, tra scogli e ricci e ragazzi al loro primo bagno di mezzanotte.
E un’auto in riva a un lago, due occhi nocciola e la paura di far male; e un sorriso e un bacio dolce di grazie e amore infiniti.
E come un furto, un sesso rubato sotto il sole, dentro l’acqua e sotto gli occhi di tanti, come due bambini non più bambini e che han poca voglia di crescere.
E un giorno passato su un monte consumando le più belle ore della mia vita, troppo brevi per essere scontate e troppo intense per essere dimenticate.
E un’estate intera passata a raggiungere in bici il mare e i miei quindici anni, tra calcio e i primi dischi e le prime labbra da desiderare.
E poi temporali in posti sconosciuti e in città amate, tra archi romani e pinete della vermiglia, e ultimi saluti, scontati e dolcissimi da un molo o da una banchina di una stazione.
Mielose le mie estati, piene di addii e di rimpianti e di amori che scivolano rapidi dalle dita ma così calde e sorridenti che ad una ad una spero ritornino a riempire i miei sogni autunnali.

D.

21-09-05

Astrochip
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categoria : racconto

venerdì, 15 settembre 2006, ore 13:17

Che diavolo ho da dire o da fare davvero non lo so. Non ho bene in testa neanche quello che ho da scrivere e non so neanche se faccio bene a farlo.
So che questo è un mondo strano. Dico internet. Non si vivono colori o odori particolari. Non si vivono affatto. Ma le emozioni rimangono così intense e impresse nella mente e nel cuore da fare cicatrici come solchi di un aratro.
Ho dato un addio oggi. Non è il primo e non sarà l'ultimo. Ma qui fa più male. O è solo perchè ho dato l'addio a lei? So, dentro di me che ho fatto bene. Ma il groppo alla gola è tanto e la voglia di sfogarmi altrettanta. Abbiamo ripetuto sempre. In un altro mondo, in altre situazioni...forse... chissà.
Non è questo il mondo e non sono queste le situazioni evidentemente.
Rimarrà molto dentro di me. Libri, film, racconti di vita vissuta di entrambi. Tutte cose condivise e mai vissute insieme, eppure è come se lo fossero.
Ho una collezione di baci nella testa, di quelli dei film, tutti raccontati su questo schermo. Con questa tastiera.
Mi mancheranno quelli e altro ancora. Comprese le telefonate che almeno una volta alla settimana riempivano la mia ora di pausa mensa.
E' la seconda volta che mi capita, ma piangere per una persona che non si conosce forse fa più male di una che si è conosciuta.

Sarai un rimpianto? Sarai un dolce ricordo? Sarai una triste cicatrice? Sarai nottate a ridere davanti a delle lettere luminose?
Ci siamo detti addio ma magari è davvero un arrivederci. Preferisco vederla così. E spero tanto di sapere un giorno, magari da te, che hai fatto quello che desideravi davvero nella vita.

Buongiorno principessa.

Astrochip
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categoria :

mercoledì, 13 settembre 2006, ore 21:50

Fra Matteo

Sono Don Matteo.
No! Non sono quello della televisione per la Santissima miseria! Non ho gli occhi azzurri, i capelli biondi e non ho 70 anni dimostrandone si e no 50!
Ho la barba. Sono mezzo pelato e sono miope, presbite e astigmatico (che ancora non ho capito che significa ma lo sono.) e sono frate.
Proprio ieri sono andato dal sarto. Voi direte perché. E sto qui apposta, datemi il tempo.
Perché avevo la tonaca rovinata, o meglio il saio, o meglio ancora l’abito.
E si, l’abito talare. E qui casca l’asino, sull’abito, per terra, insomma casca(e il sarto dice che casca bene)... Il detto dice: E’ l’abito che fa il monaco. A me? L’abito a me mi fa cosa? Io sono monaco pure quando mi faccio il bagno nella tinozza del convento. E non la uso mica la tonaca. Si insomma, il saio lì. Infatti è il sarto che fa l’abito e io lì devo andare. Dal sarto appunto. Se mi mettessi un vestito da infermiere mica mi metterei a fare le flebo, sempre preci mi metterei a fare.
Ecchecavolo! E non è neanche questione di grado. Per esempio è il papa che fa il cardinale. E il vestito del cardinale lo fa sempre un sarto. Magari più bravo di Antonino, il sarto del paese che sta sotto il convento; che poi mi sa che quel sarto lì c’ha le tendenze un po’ più di là che di qua.
Il fatto è che non basta l’abito per fare il cardinale. Ci si mette il rosso cardinalizio nell’abito, ma quanti abiti sono rossi cardinalizi e non li portano i cardinali? Beh, non lo so quanti ma sicuramente molti di più dei cardinali eletti dai papi.
Poi io dovrei chiamarmi Fra Matteo. Sono frate, l’ho detto no? Ma i paesani continuano a chiamarmi Don Matteo dato che giù al paese un prete non c’è. L’ultimo sparì con la piena dell’ottantadue. Così vado io a confessare. Grandi e bambini. E quando giro per le strade vedo tutti che mi sorridono e mi salutano.
Solo che io so perché mi salutano i bambini. La sapete voi quella rima no? “Mamma ho fame!” “Tira la coda al cane che ti da pane e salame!”, così mi diceva pure mia nonna quando le chiedevo la merenda delle cinque due ore prima. La chiedevo alle tre perché noi si faceva la fame vera e dopo due cucchiai di polenta la fame ti viene un’ora dopo, e hai voglia a resistere fino alle cinque del pomeriggio. Q      uella fettina di pane e olio la desideravo dalle due in poi. Quando facevo finta di dormire nel lettone con i nonni.
Ma torniamo a noi. La prima rima la conoscete tutti. La seconda qualcuno ancora la dice, la mia nonna me la diceva così: “Nonna ho sete!” “Tira il cordon del prete che ti fa passar la sete!”.
I cordoni signori miei, ce li hanno i frati… oppure quand’ero piccolo i pretini di campagna li tenevano nascosti e li mostravano solamente a pochi eletti?


Oppure sento qualcuno in mezzo alla strada dire al figlio “Tira la coda al prete che ti fa passar la sete!” e lì giù tutti i bambini a guardarmi il sedere per vedere dove tengo la coda. Poi che coda dovrei avere eh? Da cane gatto o da corvo magari?
No no, non ci siamo… poi dice che non c’è rispetto per le autorità religiose. Io non sarò una gran autorità. E dopotutto manco un gran religioso. Ma ‘sti ragazzini tutto hanno meno che il rispetto.
Insegnategli signore mie, a come si divide uno sceneggiato dalla vita vera, a riconoscere un norcino da un cane e un prete da un frate. Poi se proprio non ci riuscite chiamatemi. Magari un panino con la mortadella e un bicchiere di vino convincerà meglio quei bambini.

Don Matteo
 

Astrochip
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categoria : racconto

domenica, 03 settembre 2006, ore 18:46

Un paio di sogni




Sono qui. Seduto sul cofano dell’auto, a godermi queste nuvole d’inizio autunno, che corrono nere e cattive verso est. E mi godo il frastuono dei camion che passano, ripieni di rumeni con patente, permesso di soggiorno e sorelle amanti o mogli di sessantenni italiani in pensione.
Mi circondano i colli che iniziano a imbrunirsi di colori scuri, e la mia malinconia. E la voglia di fumare, che anche dopo tre anni senza toccare tabacco, ogni tanto riaffiora.
I pensieri intanto vanno a momenti passati, e il desiderio di una sigaretta aumenta.
Così scrivo.

E scrivo di quando da bambino avevo due grandi fantasie:
La prima che spuntava sempre nel primo pomeriggio, magari di sabato, quando tutti sonnecchiano davanti alla tv, mi immaginavo Re ed Imperatore incontrastato e severissimo di un improbabile Regno dei Nudi.
Sognavo che chiunque, adulti e bambini, si dovesse presentare a me, bimbo di dieci anni padrone del mondo, e spogliarsi. Non avevo la minima idea del perché mi piacesse tanto quel sogno ad occhi aperti, né sapevo se fosse realizzabile o meno, ma sentivo che mi piaceva. E tanto.
E nel sogno si spogliavano servili attrici e presentatrici, cantanti e compagne di scuola, cugini e cugine. Tutti riverenti e compiacenti dei miei voleri.

Un elicottero interrompe lo scorrere della mia penna sul foglio mentre passa sopra di me, alla ricerca di spacciatori di marijuana od organi umani; alzo lo sguardo al cielo e poco più sotto un gabbiano allarmato cerca di raggiungere la costa.

La seconda fantasia che si impossessava di me era un mondo segreto.
No. Non un mondo mio ripieno di vampiri e di fate, di orchi e di gnomi. Ma una compagnia di massoni, segretissima. Un’associazione che comprendeva tutti gli adulti che conoscevo.
Me la figuravo organizzatissima quando mi trovavo a chiedere alla mia immaginazione le ragioni degli strani comportamenti dei grandi. In quel castello in aria avevo trovato l’unica spiegazione logica. Era un complotto. Avrei saputo tutto una volta maggiorenne. Ne avrei fatto parte quando fossi diventato adulto anch’io.
Mi avrebbero spiegato i grandi perché del mondo. Non era possibile che l’umanità fosse così astrusa senza che qualcuno la organizzasse così, apposta.
Ho aspettato che qualcuno mi spiegasse la vita per anni.
Quando si sarebbero presentati alla porta con un cappuccio e uno pseudonimo per chiamarmi confratello? Alla maggiore età? O il giorno in cui una goccia segna il passaggio tra pubertà e adolescenza? Oppure quando spunta il dente del giudizio? O ancora, quando fai l’amore per la prima volta con una ragazza?
Così mi chiedevo, arrovellandomi sul perché.

Ora, qui, col cielo grigio e la malinconia che giocano tra loro, sul ciglio della strada di una città non mia, sto ancora aspettando…




D.

 

Astrochip
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categoria : racconto