martedì, 13 febbraio 2007, ore 18:41

Pausa [Storia di Sandra]

Si soffia il naso forte Sandra. Gli occhi gonfi di raffreddore e di tristezza, avvolta nella sua vestaglia di flanella guarda la televisione ma non l’ascolta. Le immagini passano davanti ai suoi occhi come fossero solo dei colori senza senso, senza un nesso logico.
Il divano sul quale sta seduta è pieno di fazzolettini di carta usati. Ogni tanto si alza per raccoglierli in una manciata e buttarli nel water. Nell’altra stanza il computer è ancora acceso e riflette sul muro la luce dell’ultima mail di Antonio. Le parole che usa sono all’incirca le stesse di quelle che ha ripetuto nel cellulare qualche minuto fa. “Pausa. Ho bisogno di una pausa. Devo pensare. Devo vedere. Devo decidere.”
Sandra annuiva anche al telefono non sapendo che rispondere. Se l’aspettava certo, ma non se l’aspettava così presto, non se l’aspettava così, o almeno non voleva aspettarlo.
Si va bene, certo, ha sempre Sergio. Antonio non lo sa ma Sandra ha continuato a vedere quel ragazzo. Strano, scorretto ma a letto la fa impazzire e poi quando le mente a quel modo lei non sa resistere. Quando le dice che è l’unica, che prima o dopo la sposerà, lei affonda la sua mente in una valle di miele e non vorrebbe più uscirne.

Ma ora c’è Antonio che non c’è più. E’ una pausa, così dice, ma non ci credi anche se vorresti. Anche se sogni ancora una vita insieme.
Quando Sandra la viveva quella storia più d’una persona cercava di fermarla, la madre, i colleghi di lavoro, gli amici. Lei testarda continuava ad affondare nel suo fango. Sorridente per ogni parola o sguardo o sorriso che lui le regalava. Era un treno in corsa, vedeva il muro ma drogata dall’ebbrezza della velocità non sapeva fermarsi.
Ora c’è contro a quel muro ma il dolore non supera la voglia di stare insieme a lui. Nonostante le consuetudini, nonostante le regole, la morale, i valori della famiglia e dell’onore.
Chi se ne fotte si dice Sandra, io volevo lui. Nessun altro. Solo lui.

Si alza e si sistema i capelli neri come sempre, cercando di essere presentabile almeno a se stessa. Alza la serranda della finestra e guarda fuori. Fuori dov’è freddo, dove piove e la notte avvolge tutto e tutti come fa dall’inizio del mondo ad oggi. Fuori dove da sempre la gente combatte con i pochi soldi, il troppo lavoro, la malattia della suocera e i libri da comprare al figlio. Dove da sempre le persone lottano per il posto macchina e il biglietto di prima fila a teatro. Fuori dove c’è una madre che porta a spasso il figlio, si ferma davanti alla vetrina di vestiti e sogna che un giorno quel maglione firmato di cashmere sarà suo. E invece deve andare nel negozio appresso perché il bambino ha bisogno delle scarpe nuove con una nuova taglia, ed è la terza che cambia quest’anno.

E allora Sandra si asciuga il naso e gli occhi. Mette in tasca il fazzolettino e sorride a forza. Si obbliga a sorridere, aspettando Antonio, aspettando Sergio e aspettando la sua vita che deve ancora arrivare.


D.
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categoria : racconto

venerdì, 09 febbraio 2007, ore 09:16

L`attesa

E’ come aria che ti manca nei polmoni,
come la terra che ti frana sotto i piedi,
come uno scivolo, che ti porta allo sprofondo,
è come un gatto che ti graffia nelle vene.

E’ una frase che ti taglia via la lingua,
che non sai ne la risposta ne la fuga,
è una buca, tra il rimpianto e l’egoismo
tra il mare ormai pulito da quel vento.

E’ tra l’aceto e il sale che è l’assenzio,
è tra le fiamme e il fango che c’è quiete,
è tra la nebbia e il freddo che c’è amore,
lì dove non s’aspetta che poi arrivi.


D.

08-02-07


Astrochip
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giovedì, 08 febbraio 2007, ore 11:28

Domande Consuete
Avete mai visto un uomo anziano al mare?
Nudo. O quasi. Spogliato di ogni pudore, mostrare la muscolatura ormai debole, la pelle incartapecorita e le vene che affiorano da essa, soprattutto sulle gambe, di un colore verde-viola che hanno solo ad una certa età. Quando camminano sulla spiaggia con le pantofole ai piedi e gli occhiali puntati verso il mare, senza nipoti intorno e con le mani dietro la schiena. Sembrano che gli riaffiori alla mente tutto; il passato con i rimorsi e i rimpianti, con le cose belle e quelle drammatiche, gli amici e le amanti che non ci sono più, i figli che avrebbero potuto avere e quelli che ci sono. Quelli che li vanno a trovare ogni fine settimana e quelli che si sentono, se va bene, una volta al mese per telefono.
Io li guardo spesso e mi chiedo cosa hanno vissuto, e quali emozioni hanno penetrato quel cuore ormai stanco, quante cose abbiano toccato le mani macchiate di nicotina, se davvero tutto quel che han vissuto l’abbiano voluto davvero vivere.
E mi vengono su i miei di rimpianti, e i miei di ricordi. Tanti di meno ma per me così importanti. Belli e brutti, di quelli che mi lasciano il magone per ore, di quelli che non avrei mai voluto che facessero parte del passato. Ma ormai ne fanno parte, oramai sono storia. Solo mia, ma storia.
Alcuni hanno preso forma di racconti, scritti male o bene non lo so, ma sono lettere, e qualcuno ha scorso quelle lettere e si è fatto un’idea di me. Del mio essere.
Quando nel buio del mio letto ripasso un episodio, cerco di ricordarne i particolari concentrandomi, mi rendo conto poi che scivola via la mattina dopo, e di quel piccolo segno lasciato su di me dalla vita non rimane molto.
Cosa rimarrà allora dopo che non ci sarò più, se non avrò figli, o nipoti, con cosa avrò tracciato la piccola storia del nostro piccolo mondo. Domande consuete probabilmente, simili a molte altre che tanti come me si pongono.
Chi ricorderà cosa ho provato il giorno in cui mi innamorai a quattordici anni della prima a cui ho rubato un bacio. Chi terrà in serbo l’emozione struggente che ebbi quando vidi uscire dalla chiesa la bara di mia nonna. O chi, ancora, porterà con sé l’immagine che ho avuto di mia moglie il giorno del matrimonio, o quella, opposta ma altrettanto importante della mia separazione.
E tutti quelli che ho incontrato. E quelli che ho odiato, anche solo per un minuto. Chi ricorderà i miei occhi. O quanto mi piace parlare di pittura.
Domande consuete. Consunte. Solite. Fatte dal solito malinconico in una vita solita e stolta, come tanti. Come altri. Come me.
 
D.
04-02-07
Astrochip
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domenica, 04 febbraio 2007, ore 20:18

Una serata inaspettata [Storia di Sandra]

“Dai! Non stare a pensare sempre a quello lì! Esci con noi! Dai!”
Così Laura e Marina convinsero Sandra ad uscire quella sera. Un sabato come tanti. In un locale come tanti. Un discopub. Uno di quei posti dove si beve e si balla e dove, se vuoi, si chiacchiera come in un pub. Solo che quando c’è la musica a tutto volume e la calca della gente da mezzanotte alle tre allora è tanto che riesci a bere una birra.
E Sandra infatti era lì con un bicchiere di rossa in mano a sorridere stereotipata a chi le stava davanti, con il puzzo delle sigarette sui vestiti e il pensiero fisso di Antonio in testa, che non si faceva sentire da almeno una settimana.
Qualcuno le bussa sulla spalla, si gira e trova un ragazzone dagli occhi grandi e sinceri che le sorride “Ciao.” “Ciao…” “Non ti ricordi?” “Uh.. ehm… si…”
Si ricordava Sandra. Nervosa si sistemò un ricciolo ribelle dei suoi capelli nerissimi dietro l’orecchio per poi sorridere a quel vecchio amico. Era qualcuno con cui era uscita un paio di volte qualche mese prima. Prima d’Antonio. Prima che fosse investita totalmente da quell’uomo che non poteva avere completamente suo.
Una sigaretta, un’altra birra e tante chiacchiere. Fuori dal locale, perché dentro riuscivano a malapena a sorridersi.
”Ti ho pensato tanto in questo tempo.” “A me?” “E si… a te. Sei stata molto spesso nella mia testa… e nel mio cuore.”
Divenne una serata romantica. Quella che Sandra non si aspettava, si dimenticò di Antonio per quella sera. Si allontanarono dal locale per affrontare una notte piena di passioni. Arrivati a casa lui le sussurrò qualcosa che Sandra capì a malapena, o forse non volle capire del tutto “Ti amo Sandra. Ti voglio sposare.”
E poi baci, e carezze e le lenzuola che si aggrovigliano. E le mani che si sfiorano e che si graffiano e…

E la mattina dopo Sandra si ritrovò tra le braccia di Sergio. Quasi non ci credeva. Si sorrisero quando dalle persiane socchiuse entrava il rombo delle macchine della domenica mattina.
Si baciarono e lentamente, dolcemente di nuovo fecero l’amore. Poi con le guance arrossate e gli occhi lucidi Sandra chiese “Ma dicevi sul serio ieri sera?” “Certo che dicevo sul serio. Se tu vuoi io ti sposo anche domani. Sei la donna della mia vita Sandra. Ne sono sicuro.”
Sandra non credeva alle proprie orecchie. Rideva e piangeva al tempo stesso. Quando Sergio quella domenica uscì di casa scrisse immediatamente alle sue amiche come volesse chiedere conferma a loro che non stava sognando.
Poi mandò un sms a Sergio “Ridillo. Scrivilo che non mi pare vero.” E Sergio lo riscrisse.
Si rividero la sera. E la sera dopo. E la sera dopo ancora.
Antonio le mandò qualche sms a cui lei rispose con l’amaro in bocca. Era lontano. Era con lei, quindi poteva anche aspettare. Non avrebbe di certo pianto. Lui.
Una settimana dopo Sandra consegnò a Sergio le chiavi di casa. Vivevano insieme, o quasi. Si vedevano a pranzo quando lui lavorava vicino, si vedevano al bar con gli amici per l’aperitivo. Si vedevano a cena. E dopocena.
Poi una sera Sergio disse “Domani vado con Paolo e Diego a una festa. Non posso stare con te.”
”Non è che esci con una?” “Ma che dici? E’ una festa.”. E Sandra ridacchiando “Se… Tanto lo so che prima o poi…”
Sergio non le diede neanche il tempo di finire la frase. Getto a terra le chiavi cacciando un urlo di rabbia “Se fai così non potremo mai vivere come vogliamo!”.
Sandra non rispose, terrorizzata. Lui uscì imprecando e sbattendo la porta.
Altre volte Sandra fece delle battute di quel genere ma mai Sergio aveva reagito in quel modo. Cosa gli era preso non lo capì, né riuscì a farlo tornare indietro.
Rimase così, a guardare la porta per minuti interminabili. Pensando che forse, se avesse scritto un sms ad Antonio, lui, gli avrebbe risposto…

[Continua]

Astrochip
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