sabato, 24 marzo 2007, ore 18:57

Il profumo della Voce

E’ panna, è fragola, è un sentore di mela,
è olio e sudore, è ardore nel cuore,
profumo di sangue, profumo di vita,
è sabbia e nicotina, è salvia e saliva.

E’ sole negli occhi, maggese sulle dita,
è nebbia e sorriso, profumo di baci,
è sesso tagliente o risata bambina,
è rabbia calmante, mia ansia d’amore.


A B.

D.





 

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giovedì, 22 marzo 2007, ore 12:02

Storia di Giusy

Giusy si sveglia la mattina, quando ancora dalle tapparelle trapela la pallida luce dei lampioni, invece di quella calda del sole mattutino.
E’ ancora assonnata, gli occhi che si aprono appena e quel sapore amaro in bocca che si ritrova tutte le mattine. Prepara il caffé e la colazione per lei e la mamma: ottanta anni, molta testa, molta energia ma un difetto: da dieci anni vive su una carrozzina. Una carenza di calcio alle ossa le ha provocato lentamente l’indebolimento dello scheletro e l’infermità.
Da quella carrozzina ha visto il marito asciugarsi nel fisico e nell’anima consumato da un tumore alla gola. Debole e senza voce è arrivato a settantanove anni per poi spegnersi per un infarto.
Ma Giusy era lì con lei.
Da quella carrozzina ha visto l’altro figlio che è venuto a trovarla, presentandole una moglie settentrionale e un nipotino di appena tre mesi. E la brava Giusy sempre lì con lei.
Perché il fratello di Giusy, con una laurea e poca voglia di rimanere in quella terra splendida e malata, è partito otto anni fa per Milano. Ora è segretario comunale in un paesino in provincia di Brescia, tra la nebbia e la campagna.
Tante volte Rosario ha chiesto alla sorella di salire a vivere da lui. Tante volte.
Ma lei non riesce proprio a vedersi vivere nelle foschie della pianura padana. Ama il sole, e ama il calore dell’asfalto d’estate quando passeggia tra le vie della sua città. Ama camminare fin su una collina proprio sopra il suo quartiere e tra i profumi dei fiori primaverili, perdersi a guardare l’orizzonte chiaro e trovarvi la linea più blu del mare che divide la terra dal cielo. E ama sua madre, e sa che anche se esce poco, quella donna non sopporterebbe di sapersi lontano dalla sua terra, ne morirebbe.

Giusy mangia con la madre, le sorride e le parla, le racconta quel che succede in città. Poi si veste fumando tranquilla la prima sigaretta della giornata. Infine scende in strada, tra i vicoli umidi e barocchi di una cittadina tra le colline, che sa nonostante tutto di mare e di sale; e quando si guarda attorno trova coppiette abbracciate, che viaggiano a piedi o in motorino, ed allora Giusy inizia ad avere nostalgia.
Nostalgia per anni passati a ridere col fratello nei giardini dove l’ombra dei ficus sovrasta ogni cosa, dove le urla degli altri bambini governano l’aria calda di quella città, dove la madre era lì a guardarli da una panchina mentre chiacchierava con le amiche della solita moglie puttana del solito farmacista cornuto.

Passa al mercato e fa il solito giro, frutta, verdura, una fettina di carne (“tenera per carità che mamma sennò non me la mangia!”), yogurt e latte.
Giusy passa tra la gente distratta e sospira, ripensando a quindici anni prima. Penultimo anno di università. Salvatore le aveva riempito il cuore di speranze. Due anni fatti di studio, d’amore, di chiacchiere e sesso. Di quello dolce, consumato sui prati di una terra dove il freddo c’è un mese all’anno quando va male. Di quello carico di passione quando due ventenni si guardano negli occhi. Di quell’amore rubato tra due ore di lezione in facoltà che magari si potevano anche saltare.
Poi la laurea. Senza centodieci e lode, ma non importava. Salvatore iniziava a progettare la partenza: “Al nord, al nord bisogna andare!”, e Giusy l’avrebbe seguito. Dovunque.
Un giorno come gli altri però al padre venne riscontrato il cancro. E c’era bisogno di cure. E c’era bisogno di qualcuno che guardasse entrambi i genitori, uno troppo malato e l’altra troppo fragile per accudirlo. E c’era bisogno che Rosario finisse l’università, come aveva già fatto Giusy.
E Giusy rinunciò. Rinunciò a partire col suo Salvatore. Rinunciò al suo amore e al suo futuro. Rinunciò a un lavoro che l’avrebbe riempita di soddisfazioni e rinunciò a vedere il mondo e imparare da esso.
Si rimboccò le maniche e, lavorando sporadicamente per guadagnare qualche soldo, fece la donna di casa per fratello, padre e madre. Poi il fratello partì al nord perché aveva avuto un’occasione che era peccato mortale rifiutare. E il padre finì in ospedale, e la madre sulla carrozzina. E Giusy col sorriso sempre stampato sul bel viso continuò ad occuparsi di tutti rinunciando anche al proprio piccolo lavoro.

Ora Giusy è adulta. Si affaccia alla finestra dopo aver pranzato e lavato i piatti. A nord le nuvole si stanno raccogliendo sul mare, pronte a scaricare un temporale. Giusy potrebbe scaricare lacrime accendendosi la seconda sigaretta del giorno. Ma non piangerà, perché è forte, perché ha deciso che fanno più male i rimorsi che i rimpianti. Lei non lo sa, ma ha deciso di vivere per gli altri, non all’ombra degli altri. E chi vive per gli altri è più forte di tutto. Anche della nostalgia.


D.
Astrochip
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venerdì, 09 marzo 2007, ore 21:52

Storia di Sandra - Epilogo - Prima parte


Il lago da quella finestra pareva affogare nel nero del suo strano fondo e nel verde di una primavera troppo precoce. Sui merli del castello che copriva in parte la vista del lago, le prime rondini compivano evoluzioni sotto gli occhi di Sandra, coi loro gridi che si alzavano fino alle nuvole.
Speculare all’albergo dal quale la ragazza poteva ammirare quello spettacolo, un altro albergo, simile ma più lussuoso.
E una finestra con le imposte delle persiane socchiuse, proprio davanti a quella della stanza di Sandra.
Quella stanza che, dopo due giorni, ancora sapeva di fumo freddo, grazie a qualcuno che ci aveva dormito precedentemente e ne aveva impregnato i mobili per chissà quanti giorni. Gli intonaci bianchi erano puliti ma crepati e tristi e vecchi. Vecchi come si sentiva Sandra nonostante i suoi 35 anni.
Le braccia esili della ragazza sostenevano un fucile. Uno di quelli piccoli. Da caccia, al femminile. Trovato per caso nella soffitta della casa del padre morto ormai da qualche anno.
Dalla strada si poteva notare, volendo, una canna grigio piombo che fuoriusciva dalla finestra dell’albergo. Sandra teneva un occhio chiuso ed uno aperto. Ed aspettava.
L’aveva fatto per ore. L’aveva fatto per due giorni. Per la precisione un giorno e tredici ore. Dall’altra parte, nell’altro hotel c’era Antonio. Lei lo sapeva; l’aveva seguito dopo che il suo amante le aveva raccontato di dover andare tre giorni nel Lazio per lavoro. Non si era fidata. E aveva fatto bene, pensava Sandra fra sé attendendo lo schiudersi di quelle persiane.
Quando il sole iniziò a calare verso un tramonto fatto di nuvole screziate di rosa e di clacson a ritorno dal lavoro, le persiane, finalmente si aprirono.
Antonio comparve, sorridente e a torso nudo, con la pelle ancora vibrante di un amore che non era quello di Sandra. Alle braccia spalancate di lui si sommarono altre due che strinsero il petto di Antonio. Le unghie smaltate e un tatuaggio tribale sul polso sinistro.
Non erano le braccia della moglie di Antonio.
Sandra sorrise amaro capendo tutto in un lampo. Capendo quello che aveva sempre saputo.
E iniziò a piangere, mentre Antonio richiudeva la finestra interna. Iniziò a singhiozzare mentre il suo uomo abbracciava quell’amante buona per tre giorni fuori casa.
E singhiozzando urlò tutta la sua disperazione, urlò così forte che perse il senso di ciò che stava facendo.
Fu per sbaglio che il grilletto detonò la polvere da sparo. Fu per sbaglio che i piombini partirono fuori dal piccolo fucile. E fu per sbaglio che i vetri della finestra di fronte si infransero cadendo rumorosi sul marciapiede, a pochi passi da dove un bambino stava giocando con il suo pallone sbattendolo forte contro una serranda di un negozio.
Poi…
Seconda Parte

E poi arrivarono le sirene di polizia e ambulanza per constatare i fatti e prelevare i feriti. Ma di feriti non ce ne erano.
Sandra si trovò su un monte. Un prato sterminato di verde vivo, l’erba morbida che faceva da tappeto e un cielo più azzurro di qualsiasi azzurro potesse ricordare. Pochissime le nuvole bianche che si diradavano senza mai coprire il sole tiepido su quel monte. Era bambina. In braccio al padre che le sorrideva felice e giocoso. Intorno c’era profumo di abeti ed erbe di montagna.
Poi qualcosa punse Sandra, una pianta, un fiore, una spina. Il sorriso scomparve e il padre divenne Antonio. La guardava serio, tenendola in braccio e a quella bambina che dopo qualche anno sarebbe diventata la sua donna chiedeva: “Perché? Perché? Perché?”

Si risvegliò tra le attenzioni di due infermieri che le sorridevano rassicuranti. Per il contraccolpo del fucile cadde all’indietro e sbatté la testa; ma niente trauma cranico, solo un grosso bernoccolo e un po’ di stato confusionale dopo quello svenimento.
 Antonio e la sua amante si presero un gran spavento. Due o tre fori dei piombini rimasero a ricordo di quel fatto, lì, sul muro della stanza. C’erano da cambiare solo i vetri alla finestra; portarono poi Sandra, Antonio e l’altra ragazza alla centrale della polizia.
Televisioni e giornali fecero un gran baccano la sera stessa, e subito la cosa arrivò alle orecchie della moglie di Antonio.
La polizia tentò di trattenere Sandra ma non venne sporta denuncia, così uscirono tutti dalla centrale che era già sera. Antonio sorrise a Sandra: “Porto all’albergo lei e ti chiamo.”, andarono via in taxi separati.
Così attese per ben due ore nel suo albergo. Le cambiarono stanza dato che la polizia disse che doveva fare ancora qualche rilevamento.
Lo vide uscire dal portone dell’hotel col cellulare all’orecchio, parlava concitatamente, serio, quasi sconvolto. “La moglie…” pensò Sandra rattristandosi mentre lui agitava le braccia in aria parlando col vento. Sentì di nuovo quel groppo alla gola che le arrivava ogni volta che pensava alla famiglia di Antonio.
Poi finalmente lui attaccò, sospirò e guardò in alto; ma non il cielo. Vide l’unica finestra illuminata e spalancata del palazzo di fronte a lui. L’unica a cui era affacciata Sandra.
Si sorrisero.
La raggiunse in stanza, e finalmente si amarono senza vincoli. Senza il pensiero che la moglie potesse telefonare e chiedere dov’era Antonio. Senza il pensiero di essere scoperti da un momento all’altro come topi di appartamento con la refurtiva in mano. Senza il pensiero che il giorno dopo si dovessero salutare.
 
Sandra e Antonio andarono a convivere insieme, con mille problemi da affrontare e mille sogni nel cassetto da realizzare. Non furono certo rose e fiori, non è che vissero per tutta la vita felici e contenti come in una fiaba, ma di certo si amarono. Come non amarono mai nessun altro nella vita…

D.

8-3-07

Fine



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categoria : racconto

giovedì, 01 marzo 2007, ore 19:13

Il manichino di carne
C’è una distesa di neve bianca dove si sdraia il manichino di carne.
C’è un coltello nella mano del manichino di carne,
ci gioca e sulla lama ci si specchia il sorriso cariato.
Fissa con gli occhi fatti di niente la punta del coltello
che manda lampi e scintille coi riflessi della neve.

Il manichino di carne si guarda il braccio di corallo,
ridendo infila il coltello nella pelle di cuoio di serpente,
è lento il movimento, è saggio il movimento,
e mano a mano una macchia nera si spande sulla pelle,
e mano a mano sgocciola il sangue marcio dalla pelle.

E insetti e pesci rana, e colibrì senza ali escono fuori dal braccio,
e scarafaggi di plastica e coleotteri di legno escono fuori dal braccio.
E giù giù affonda il coltello, e giù giù affonda la risata del manichino.
E piano piano la punta arriva fino al bicipite, e piano piano la punta arriva,
e cazzo, la vedi che sgocciola l’anima nera, fondendo il sangue con la neve.

E ride e sorride il manichino di carne, e ride e sorride cantando sui monti.
Farfalle notturne e mosche bianche ronzano attorno al cadavere vivo,
l’anima nera inizia a scendere la collina, l’anima marcia risale la china.
La neve si scioglie e il manichino di carne rimane,
il marcio decompone quello che resta, il marcio saluta i canti d’estate.
 
Un’ombra rimane dell’anima nera,
un’ombra rimane del vecchio pupazzo,

di nuovo un saluto al sole che albeggia,
di nuovo il concime risplende sui prati.

D.


1-3-07



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