Storia di Giusy
Giusy si sveglia la mattina, quando ancora dalle tapparelle trapela la pallida luce dei lampioni, invece di quella calda del sole mattutino.
E’ ancora assonnata, gli occhi che si aprono appena e quel sapore amaro in bocca che si ritrova tutte le mattine. Prepara il caffé e la colazione per lei e la mamma: ottanta anni, molta testa, molta energia ma un difetto: da dieci anni vive su una carrozzina. Una carenza di calcio alle ossa le ha provocato lentamente l’indebolimento dello scheletro e l’infermità.
Da quella carrozzina ha visto il marito asciugarsi nel fisico e nell’anima consumato da un tumore alla gola. Debole e senza voce è arrivato a settantanove anni per poi spegnersi per un infarto.
Ma Giusy era lì con lei.
Da quella carrozzina ha visto l’altro figlio che è venuto a trovarla, presentandole una moglie settentrionale e un nipotino di appena tre mesi. E la brava Giusy sempre lì con lei.
Perché il fratello di Giusy, con una laurea e poca voglia di rimanere in quella terra splendida e malata, è partito otto anni fa per Milano. Ora è segretario comunale in un paesino in provincia di Brescia, tra la nebbia e la campagna.
Tante volte Rosario ha chiesto alla sorella di salire a vivere da lui. Tante volte.
Ma lei non riesce proprio a vedersi vivere nelle foschie della pianura padana. Ama il sole, e ama il calore dell’asfalto d’estate quando passeggia tra le vie della sua città. Ama camminare fin su una collina proprio sopra il suo quartiere e tra i profumi dei fiori primaverili, perdersi a guardare l’orizzonte chiaro e trovarvi la linea più blu del mare che divide la terra dal cielo. E ama sua madre, e sa che anche se esce poco, quella donna non sopporterebbe di sapersi lontano dalla sua terra, ne morirebbe.
Giusy mangia con la madre, le sorride e le parla, le racconta quel che succede in città. Poi si veste fumando tranquilla la prima sigaretta della giornata. Infine scende in strada, tra i vicoli umidi e barocchi di una cittadina tra le colline, che sa nonostante tutto di mare e di sale; e quando si guarda attorno trova coppiette abbracciate, che viaggiano a piedi o in motorino, ed allora Giusy inizia ad avere nostalgia.
Nostalgia per anni passati a ridere col fratello nei giardini dove l’ombra dei ficus sovrasta ogni cosa, dove le urla degli altri bambini governano l’aria calda di quella città, dove la madre era lì a guardarli da una panchina mentre chiacchierava con le amiche della solita moglie puttana del solito farmacista cornuto.
Passa al mercato e fa il solito giro, frutta, verdura, una fettina di carne (“tenera per carità che mamma sennò non me la mangia!”), yogurt e latte.
Giusy passa tra la gente distratta e sospira, ripensando a quindici anni prima. Penultimo anno di università. Salvatore le aveva riempito il cuore di speranze. Due anni fatti di studio, d’amore, di chiacchiere e sesso. Di quello dolce, consumato sui prati di una terra dove il freddo c’è un mese all’anno quando va male. Di quello carico di passione quando due ventenni si guardano negli occhi. Di quell’amore rubato tra due ore di lezione in facoltà che magari si potevano anche saltare.
Poi la laurea. Senza centodieci e lode, ma non importava. Salvatore iniziava a progettare la partenza: “Al nord, al nord bisogna andare!”, e Giusy l’avrebbe seguito. Dovunque.
Un giorno come gli altri però al padre venne riscontrato il cancro. E c’era bisogno di cure. E c’era bisogno di qualcuno che guardasse entrambi i genitori, uno troppo malato e l’altra troppo fragile per accudirlo. E c’era bisogno che Rosario finisse l’università, come aveva già fatto Giusy.
E Giusy rinunciò. Rinunciò a partire col suo Salvatore. Rinunciò al suo amore e al suo futuro. Rinunciò a un lavoro che l’avrebbe riempita di soddisfazioni e rinunciò a vedere il mondo e imparare da esso.
Si rimboccò le maniche e, lavorando sporadicamente per guadagnare qualche soldo, fece la donna di casa per fratello, padre e madre. Poi il fratello partì al nord perché aveva avuto un’occasione che era peccato mortale rifiutare. E il padre finì in ospedale, e la madre sulla carrozzina. E Giusy col sorriso sempre stampato sul bel viso continuò ad occuparsi di tutti rinunciando anche al proprio piccolo lavoro.
Ora Giusy è adulta. Si affaccia alla finestra dopo aver pranzato e lavato i piatti. A nord le nuvole si stanno raccogliendo sul mare, pronte a scaricare un temporale. Giusy potrebbe scaricare lacrime accendendosi la seconda sigaretta del giorno. Ma non piangerà, perché è forte, perché ha deciso che fanno più male i rimorsi che i rimpianti. Lei non lo sa, ma ha deciso di vivere per gli altri, non all’ombra degli altri. E chi vive per gli altri è più forte di tutto. Anche della nostalgia.
D.