lunedì, 02 aprile 2007, ore 19:18

Prologo

Una volta, tanto tempo fa, un giovane ed affascinante cavaliere si trovò a passare nelle terre di Rottavalle. Trottava tranquillo sul suo splendido cavallo bianco, purosangue e provvisto di pedigree autorizzato nientemeno che dal Re MezzaCartuccia che regnava incontrastato su tutta la regione.
Ad un tratto, dalla sacca legata alla sella, cadde una perla grossa come una nocciola e rilucente d’argento. Era rarissima codesta perla e aveva poteri magici misteriosissimi.
Il cavaliere arrivato nella propria magione, a molti giorni di distanza, si accorse di aver perduto la perla magica, così decise di tornare indietro a cercarla, ma non la trovò. Rifece la strada più volte ma nulla rinvenne da terra se non la sua disperazione di aver smarrito il suo prezioso oggetto magico.
Ed è qui che iniziò la storia che ora vi voglio raccontare:

Castoldo e la perla magica


C’era una volta, nel Baronato di Rottavalle, un ragazzo di nome Castoldo.
Il giovane Castoldo era belloccio e stava bene di salute (cosa che a quei tempi era rara e assai richiesta), per vivere faceva il contadino nei terreni intorno al Borgo del Castello del Barone Favasecca.
Lavorava tanto, dall’alba al tramonto, ma era felice. Era felice perché mentre zappava poteva stare all’aria aperta e quando c’era il sole riscaldarsi ai suoi raggi, e quando c’era la pioggia bagnarsi dell’acqua fresca che cadeva giù dal cielo, e poi rendeva la terra più morbida così zappare gli era più facile; ed era felice perché parecchi ruscelli passavano attraverso i campi che coltivava e da lì poteva bere acqua freschissima e saporita, e molti frutteti erano intorno ai campi così si arrampicava sugli alberi del Barone e col suo permesso poteva coglierne i frutti e mangiarli come pranzo e come cena.
Il giovane Castoldo era felice perché sapeva che chi viveva dentro il Borgo del Castello non respirava la sua aria, e non aveva sempre da mangiare cose buone, perché tanti vivevano a servizio del Barone e dormivano tutti in camere senza finestre e con pochi letti. E si dividevano il cibo e l’acqua che veniva dai pozzi e sapeva sempre di stagno. O almeno aveva quel sapore molto di più di quella dei ruscelli che attraversavano i campi.
Un bel giorno il giovane Castoldo conobbe una ragazza che viveva proprio nel Borgo del Castello, era sorella di un suo caro amico, un tale Bonpietro che guidava un carro per trasportare i frutti dei campi fin dentro la dimora del Barone. Si chiamava Gemma la ragazza, e i suoi occhi parevano davvero brillare come due gemme tra la folla del Borgo. Quel bel giorno Gemma accompagnò suo fratello Bonpietro nei campi a prendere i frutti della campagna e il buon Castoldo la vide e in un lampo se ne innamorò. Sapete no di quei colpi di fulmine? Ecco! Quello fu uno di quei colpi là.
Il fratello di Gemma fu assai contento di assecondare il fidanzamento perché anche a Gemma piaceva quel contadino belloccio dall’aria gentile, e quando tornarono a casa i due fratelli la sera stessa ne parlarono ai genitori che accondiscesero a conoscere il bravo giovane lavoratore.
Nel giro di un mese si fidanzarono. Nel giro di due si poterono tenere la mano mentre la domenica andando alla messa Castoldo accompagnava Gemma con tutta la sua famiglia in chiesa. Nel giro di sei mesi si diedero un bacio di nascosto dietro un albero di fichi che stavano già gemmando i primi frutti. E dopo un anno chiesero all’Arciprete del Borgo di sposarli.

Ma c’è un ma. C’è sempre un ma nelle favole. Non lo sapete miei piccoli lettori?
Il Barone Favasecca saputo dall’Arciprete di quel matrimonio si inalberò. Di più: si incavolò davvero perché Gemma era tra le sue predilette e stava aspettando che compisse diciotto anni perché la potesse portare nel suo Castello e farne una delle sue concubine. Chiamò urlando il Castellano e gli disse:
”Fate sapere a quei due che se si vogliono sposare devono sottostare alle mie condizioni! Che mi portino diecimila scudi o che la ragazza giaccia con me la prima notte di nozze!”
E il Castellano rispose:
”Ma Barone. Da duecento anni in questo regno non c’è più lo ius primae noctis. Se lo sa il re vi taglierà la testa anche se siete un nobile.”
”Non m’importa! Che il re non lo sappia mai! Andate senza discutere!”
Il castellano andò a casa di Gemma a dare la strana e triste notizia alla famiglia. Poi insieme andarono nei campi, dove ancora non era tramontato il sole e dissero a Castoldo quel che il Barone aveva ordinato.
Gemma piangeva e Castoldo si batteva i pugni sulla testa cercando di pensare a qualcosa per poter evitare quel triste destino. Si sentiva le fiamme dentro a sapere che Gemma avrebbe potuto dormire col Barone prima di lui, pensò e pensò tutta la notte. All’alba tornò ai campi e la famiglia di Gemma al Borgo. Si mise sotto un albero perché non aveva voglia di lavorare e con il mento appoggiato sotto le proprie mani fissava il terreno rimuginando su cosa poteva fare. Fu quasi verso mezzogiorno che vide brillare sotto il sole qualcosa di piccolo e argentato.
Era la gemma che perse tanto tempo prima il cavaliere. Dissodando il terreno nei giorni passati Castoldo l’aveva tirata fuori e mettendosi a carponi la raggiunse per raccoglierla. Sorrise pulendola dalla terra e la riconobbe come un oggetto preziosissimo e felice come non mai corse al Borgo senza più pensare al lavoro.
“Gemma! Gemma! Guarda cosa ho trovato!”
La ragazza vide la perla argentata e pianse dalla gioia, ballarono e avvertirono il resto della famiglia. Poi tutti e cinque, Castoldo, Bonpietro, Gemma e i genitori dei due fratelli si avviarono verso il Castello. Chiesero di presentarsi al Barone e quello non li ricevette. Il Castellano arrivò e gli fecero vedere la perla. Lui chiese di vederla e disse calmo alla famigliola che l’avrebbe portata al Barone e che forse si sarebbe accontentato. Castoldo e Gemma sapevano che la perla valeva molto di più di diecimila scudi ma non gli importava. La cosa veramente rilevante era che non sarebbero stati costretti a offrire lo ius primae noctis al Barone.
Stettero una buona ora ad aspettare in una piccola sala che il Castellano tornasse. Ma non tornò. Ne passarono due. Poi tre. Alla fine Castoldo vide che si stava facendo notte così uscì dalla stanza per cercare qualcuno. Trovò al piano di sotto il Castellano che stava mangiando mentre rideva con la cuoca, gli chiese spiegazioni ma quello alzò la voce e cacciò lui e tutta la famiglia dal Castello.

La famiglia di Gemma e Castoldo non sapevano che fare. Tornarono mesti a casa e aspettarono l’indomani, ma non si ebbe notizia. E neanche il giorno appresso, e così via.
Castoldo passata qualche settimana andò dall’Arciprete per fissare la data del matrimonio, convinto che il Barone avesse preso la perla come pegno e tassa per la felicità sua e di Gemma. Ma l’arciprete gli disse che lo Ius Primae Noctis era sempre valido che sapesse lui e che nessuno gli aveva detto nulla.
Tornò al Castello e bussò forte. Iniziò a gridare che rivoleva la sua perla o che voleva parlare col Barone. Ma uscirono due guardie che lo malmenarono e lo cacciarono via.
Castoldo piangendo andò da Gemma e decisero di non sposarsi ancora. E il giovane contadino tornò a lavorare la campagna, e si faceva sempre più triste e gli alberi attorno si stavano appassendo come lui si intristiva.

Passarono due anni e il Barone si gustava di tanto in tanto, la perla argentata che aveva nel suo castello, la rimirava, la lustrava. Sembrava ne fosse stregato. Tanto che non si interessò più dell’economia del Borgo. Non pensò più a tassare i contadini e nemmeno i commercianti. Non pretendeva più i frutti più belli e le opere d’artigianato più preziose. Solo stava là a guardare la perla o a pensare come fosse bella. Anche la notte. Anche quando il Castellano gli parlava di qualche nuova ragazza da portare nel suo harem privato.

Un giorno il Castellano arrivò mesto nelle stanze del Barone e disse:
”Barone Favasecca, il Re ha mandato un messo a dirvi che siete destituito da regnare su questo Baronato. Dice che non ha visto più un soldo arrivare da queste terre da anni e dice che siete un… uhm… ehm…buono a nulla Barone.”
Inutile dirvi, miei piccoli lettori, quanto il Barone sbraitò e saltò, e s’arrabbiò col Castellano e buttò a terra i suoi vasi preziosi e stracciò gli arazzi e spezzò gli alamari.
Inutile dirvi, miei piccoli lettori, che al suo posto arrivò un cavaliere, tanto simile a quel cavaliere dell’inizio della nostra storia;ma più vecchio. Con i capelli grigi e la barba, con una moglie e una figlia, ben vestite e assai belle entrambe. Fecero portare via le cose del Barone e fecero mandare via anche il Barone. Ma il cavaliere dai capelli grigi riconobbe tra le cose del Barone la perla d’argento e il viso s’illuminò quando la riconobbe. La chiese al Barone e quello, incavolato com’era gliela tirò. Il cavaliere la raccolse e gli disse:
”Forse voi non lo sapete Barone Favasecca, ma questa perla ha proprietà magiche. Quando arriva nelle mani di un uomo con lo spirito animato da cose piene d’amore, fa di tutto per accontentare i suoi desideri. Quando invece arriva nelle mani di un uomo maligno e pieno d’odio nel cuore allora esegue esattamente il contrario. Qualsiasi cosa desideri quell’uomo si trasforma nel suo opposto. Non ve ne siete accorto?”
chiese innocente il cavaliere al Barone, che sgranò gli occhi e andò via dal Castello con le poche cose rimaste di una vita piena di vizi e di sperperi.
Nel Castello e nel Borgo così tornò la tranquillità, il Cavaliere e sua moglie regnarono molti anni ancora nelle terre di Rottavalle e vissero tutti felici e contenti.

Che c’è?
Ah già! Volete sapere di Castoldo e di Gemma. Beh, miei piccoli lettori, Castoldo e Gemma si sposarono il mese dopo l’arrivo del Cavaliere. Non erano più costretti da leggi insulse e tasse malevole per il loro matrimonio. Fecero grandi festeggiamenti e invitarono tutto il Borgo. Compreso il cavaliere, sua moglie e sua figlia, e quelli per dono di nozze gli regalarono la perla d’argento. Perché quel prezioso oggetto era magico davvero, e suggerì una notte al cavaliere che fu Castoldo ad averlo ritrovato, e quindi in mano sua doveva andare ed esaudire ogni suo desiderio.
Castoldo e Gemma ringraziarono e dopo essersi consultati decisero di regalare la perla d’argento all’uomo più povero del Borgo di Rottavalle.
“Noi” dissero al Cavaliere “abbiamo già esaudito i nostri desideri. Siamo insieme, e siamo felici. Non ci sarebbe nessun’altra cosa che ci potrebbe fare più felici di così!”
 
Quindi miei piccoli lettori, trovate la vostra morale se pensate ce ne sia una in questa piccola storia che vi ho raccontato. E quando l’avrete trovata fatela vostra, come la perla trova il suo padrone ogni volta.


Astrochip
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categoria : racconto