lunedì, 03 dicembre 2007, ore 21:10

Il cacciatore di farfalle
Non so se riuscirò a trovare le parole per descrivere quanto sia bella una farfalla. Ognuna ha il suo fascino diverso, ed anche se molte hanno i medesimi colori, c’è sempre qualche differenza che le fa risultare tutte diverse e bellissime in ugual misura.
Perderei giorni e giorni interi a rimirarne il volo, le coordinate fantasiose che prendono in un pomeriggio, dove il vento primaverile le sospinge insieme al polline dei fiori, dove ogni tanto si posano. Quando sono in coppia il balletto che compongono ha un che di malinconico, struggente e ironicamente romantico, come ironica è la loro vita.
Tutti sanno che impiegano giorni e giorni per trasformarsi da bruco in crisalide, da crisalide in farfalla. E dopo quelle fatiche, quel lento compiersi della perfezione, appaiono al mondo in tutta la loro sfolgorante divinità. Ma solo per un giorno.
Solo per un giorno nascono e muoiono, procreano e compiono il gesto divino per antonomasia. L’assoluto. Ciò che solo poche creature in natura sanno fare: fecondare, di fiore in fiore, ogni pianta che incontrano nel loro rapido percorso. Tutto in un misero, povero giorno.

Ci sono miriadi di razze di farfalle. Da quelle europee, a quelle tropicali, o asiatiche. Potrei star qui a tediarvi con nomi tecnici e dati e misure. Ma per questo genere di notizie vi basterà consultare una qualsiasi enciclopedia. O meglio ancora internet.
Quel che vorrei raccontarvi è invece ciò che facevo io. Affascinato dal mondo che il volo della farfalla rappresenta. Perché non è un volo di un semplice insetto, o di un uccello. E’ una farfalla. Delicata e effimera. E chi non vorrebbe possedere un così lieve essere?
L’uomo è qualcosa di imponente e pesante al confronto. Di orrendamente vigliacco, nonostante la sua forza e l’intelligenza siano molto più sviluppati della nostra farfalla.
E’ cattivo come nessun altra creatura sa essere. E spesso non capisce cosa c’è dietro il volo di due ali leggere, colme solo di polline e felicità per quel giorno di libertà.
Io sono uno di loro. Io le catturo. Le aspetto, le studio, e una volta prese le infilzo vigliaccamente, per poi mostrarle al mio ego. Sul muro del mio studio le farfalle sono li impotenti a mostrarmi le loro ali. Ognuna di esse mi ricorda in che giorno è stata presa, le emozioni che avevo in quel momento, e cosa pensai la sera quando tornai nel mio appartamento con la preda inerme. Mai mi sono chiesto però cosa pensasse quel piccolo esserino prima di essere preso dalla mia rete, cosa temesse dopo nella sua gabbietta, e infine quale maledizioni mi avesse potuto mandare un attimo prima di morire.

Una notte però mi vennero alla mente tutte insieme quelle domande.
Era una sera di ottobre, un ottobre che già sapeva d’inverno. Sedevo su una panchina con un amico a fumare una sigaretta quando la mia attenzione venne catturata da un’ombra che si muoveva isterica sopra di me. Proprio sotto il lampione che illuminava me, il mio amico e la panchina in quel giardino semideserto.
Era una falena che stava lanciandosi disperata contro la luce che prima o poi l’avrebbe uccisa. Girava e girava intorno a quella lampadina, sfiorava la luce e poi si allontanava terrorizzata. Poi si abbassava in quel volo discontinuo e infine tornava a sfiorare la lampadina infuocata.
Il mio amico continuava a parlare e fumare ma io neanche lo guardavo. Ero abbagliato da quell’inseguimento pazzo alla propria morte. Non so perché proprio quella falena, invece di tante altre che ho visto in vita mia, mi fulminò l’anima e fece di me finalmente dopo anni di eccidi, un uomo pensante. Come la farfalla attendeva la morte in una vita breve e perfetta, la falena la cercava, insistente e folle, forse per perseguire la stessa divinità della sua cugina diurna.
Mentre continuavo a seguire il volo notturno di quell’esserino scuro mi inginocchiai ai piedi del lampione e cominciai a scavare con le mani cercando i fili che collegavano la lampada all’elettricità. Il mio amico mi prese per pazzo come era normale che fosse, poi paralizzato dai miei gesti insensati stette fermo a guardarmi mentre cercavo di evitare alla falena una morte inutile.
Le dita iniziarono a farmi male e la terra mi sembrava sempre più dura. Alternavo lo sguardo tra i percorsi aerei del piccolo animale e la ricerca dei cavi della luce.
Finalmente trovai un tubo flessibile che conteneva i fili elettrici, presi a strapparlo, prima con le mani e poi con le chiavi. Trovai i cavi della luce e usai l’accendino per scioglierli fino a vedere il rame. Erano concitati i miei movimenti ma sembrava funzionassero. Alla fine strappai con tutta la forza che avevo ancora quel che rimaneva delle fibre che illuminavano la fonte di luce e di morte allo stesso tempo.

Il buio calò sulla panchina e i miei occhi ci misero qualche decina di secondi per abituarsi a vedere nella semioscurità. Dei lampioni si spensero, mentre altri continuarono ad illuminare i sentieri dei giardini. La falena, forse esausta dal volo senza paura intorno alla propria fine, pian piano discese come un aeroplano che compie evoluzioni per divertire gli spettatori. Circonferenze ellittiche svolse fino a ritrovarsi a pochi centimetri da me. Si posò sulla panchina e mi avvicinai per osservarla. Aveva le ali striate di bianco e d’argento, qualche puntino luminoso ne adornava le parti più nere e macabre del mantello. Dicono sia brutta la falena. Quella mi sembrò meravigliosa. Cercai di prenderla avvicinando le dita al legno dove si era posata, lei però volò via allontanandosi da me. Da noi. Io e il mio amico la osservammo volare di nuovo nello scuro della notte alla ricerca di nuove cose da fare.
La seguii per qualche passo, fino a che non la vidi planare di nuovo sotto uno dei lampioni ancora illuminati. Sospirai rassegnato mentre la farfalla della notte ricominciò la folle corsa verso la propria morte, intorno alla fiamma ardente del proprio destino. Piansi.

Da quella sera non catturai più farfalle. Quelle che ho sono ancora sul muro, a ricordarmi quanto ero stupido prima, a volermi sovrapporre alla sorte. Al centro della mia collezione c’è un bellissimo esemplare di una falena con le ali striate di bianco e d’argento, ma purtroppo, leggermente bruciacchiate.
Astrochip
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categoria : racconto