domenica, 07 ottobre 2007, ore 19:54

Il primo seno

 

Non so come mi sia venuta in mente quella sensazione. E’ stato un

lampo. Un’ondata di luce che mi ha illuminato un angolo nascosto e recondito della memoria.

So solo che ho chiuso gli occhi, e inspirando è sembrata materializzarsi, insieme all’ossigeno, l’umidità e l’odore del legno, tipico del posto in cui lavoro.
Ho risentito la mia mano su quella superficie morbida come se fosse accaduto un’ora prima.

E invece no. Invece devono essere passati almeno ventitre anni.

 

Era sera. Forse settembre, forse ottobre. Non ricordo più neanche questo. Avevamo passato una bella giornata in città, tra monumenti, vetrine e gelati monumentali nella più famosa gelateria di Roma - potrei descrivervi minuziosamente i mille gusti racchiusi dentro la coppa olimpica di Giolitti, ma sarà meglio tralasciare.

I fanali e i lampioni ci passavano rapidi davanti gli occhi mentre l’auto che guidava mio padre correva tranquilla verso il mare, verso Ostia. Accanto c’era mia madre.

Si, doveva essere il finire dell’estate, quando ci si veste ancora leggeri, ma se la sera è un po’ più fresco e non si indossa una felpa, anche di cotone, si rischia di buscarsi un’infreddatura.

Roma è splendida in quei giorni di solito. Gli alberi delle ville iniziano a colorarsi di rosso e il famoso ponentino rinfresca le serate e le strade arse dal sole ancora potente.

Dietro c’eravamo noi due. Entrambi in bilico tra pubertà e adolescenza. Io non potevo avere più di tredici anni. Lei due più di me. Già donna ai miei occhi di ragazzino.

Non aveva una bellezza in senso classico. Aveva, certo, la fronte ampia e gli zigomi alti, tipici nelle donne dell’est. Aveva una carnagione chiarissima, appena scurita in quel concludersi estivo, dopo mesi di sol leone.

Gli occhi erano leggermente a mandorla, di un nocciola chiaro, screziati di minuscole pagliuzze color verde smeraldo, rubate forse a quel mare da cui proveniva.

Aveva un naso imperfetto, si, ma a un ragazzino di tredici anni appena compiuti non importava poi tanto. Mi affascinava il modo in cui parlava. L’accento straniero la rendeva misteriosa, e quei due anni in più le crearono da subito intorno, una patina di femminilità che mi emozionava ogni notte quando mi mettevo a letto e sapevo che sopra la mia stanza dormiva lei. Il mio mistero personale. Cosa faceva? Cosa pensava? Com’era soprattutto.

Mentre la notte avvolgeva l’auto che si faceva strada lungo la via del Mare, i fanali iniziarono a stancarci gli occhi. La fatica iniziava a farsi sentire e il tragitto pareva infinito.

Così la sentii pian piano appoggiare la testa sulla mia spalla. Scivolò giù facendomi sfiorare con il naso i suoi capelli. Il suo profumo mi invase naso e testa, e mentre continuava a scendere mettendosi a dormire sulle mie gambe, pensai che mi piaceva quel profumo.

Sapeva di pesca acerba, e anche se c’era del sudore per il caldo del giorno, si mischiava al profumo della sua pelle, all’odore dei suoi capelli, e come una forza magnetica fa con i metalli, quell’essenza magica mi fece scivolare la mano destra sui suoi capelli castani per carezzarli.

 

Non so neanch’io come – questo è un racconto pieno di dubbi, me ne rendo conto – ma mi sembrò naturale farlo, come se fosse normale che lei se lo lasciasse fare, e mi sembrò naturale usare l’altra mano per cingerle la spalla. Era lì, e era per me. Mia.

Non volevo essere disturbato dai miei che seguivano la strada e la radio, così chiusi gli occhi e finsi di dormire. Imitai il respiro leggero, da sonno, di quella ragazza, e la tentazione di abbassare la mano dalla sua spalla al seno venne da sé.

C’era la felpa e una maglietta tra i miei polpastrelli e il suo seno acerbo, ma già abbastanza matura per risvegliare in me quello che già conoscevo, ma solo a parole, nei sogni, nelle fantasie.

E rimasi così, senza mai dormire ma ad occhi chiusi. Respirando la sua pelle e carezzandole i capelli, e poi un orecchio e poi…

 

E poi per forza gli attimi da cogliere svaniscono sempre, così arrivammo a casa. Lei si alzò su e io non seppi mai come mi guardò, la mia codardia mi fece abbassare gli occhi a terra. Probabilmente arrossii.

Entrammo in casa e l’atmosfera di colpo cambiò, bisognava assolutamente che tutti si facessero una doccia perché la giornata era stata lunga. Io per primo dovetti ammettere che si, ne avevo bisogno di una doccia. E solo io sapevo perché.

Iniziai così a chiamare mia madre per chissà quale aiuto. I ragazzini di tredici anni hanno bisogno di qualsiasi cosa a quell’età, e la madre è la loro unica speranza. In più io dovevo essere disturbato e innervosito dalla brusca interruzione del mio sogno personale, del mio sogno a due, veramente.

Così lei, forse arrabbiata per aver capito da chi s’era lasciata toccare, o forse stranita per non essere riuscita a leggere in me nessuna reazione a quella “divina” concessione, iniziò a canzonarmi. A darmi del bambino, del mammone. E Dio solo sa quanto avesse ragione.

Io altrettanto stupidamente dimenticai in un attimo cosa mi lasciò fare – perché me lo lasciò fare, ora mi ci giocherei una mano, allora invece ero quasi sicuro che dormisse davvero – e con i gesti, cattivo come solo certi bambini sanno essere, le mostrai cosa le avevo appena fatto.

Feci svanire in meno di un secondo tutta la poesia, tutto l’incanto, tutto il sogno che avevamo vissuto e potevamo vivere. Tutto.

Capii subito di aver fatto la più grossa cazzata della mia vita – almeno fino ad allora, dopo ne ho fatte e dette tante altre, e molto più grosse, purtroppo.

Non ne parlai mai più con lei.
E anche ora, che siamo adulti, e che lei è madre di una splendida bambina, non oserei mai ricordarle quell’episodio ricomparso misteriosamente nella mia mente, in una mattina di un caldo ottobre del duemilasette.

 


D.

03 - 10 - 07
Astrochip
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Commenti
#1    07 Ottobre 2007 - 19:59
 
Anch'io non dimenticherò....
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#2    07 Ottobre 2007 - 20:11
 
In genere non amo i post lunghi.
Ma non sono riuscita a staccare gli occhi da questo.
Complimenti.
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#3    20 Ottobre 2007 - 19:23
 
dolcissimo
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#4    11 Novembre 2007 - 16:36
 
Che bella storia.
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