venerdì, 09 maggio 2008, ore 18:26

UN GELATO
Una serata a caso in una cittadina di mare qualsiasi.
In un bar la radio suona musica di sottofondo, riempiendo l’atmosfera del locale di note noiose e ripetute all’infinito. Appoggiato con i gomiti sul bancone c’è il proprietario del locale. Aria annoiata e borse vecchie di secoli sotto gli occhi. Ai pochi tavolini qualche ragazzo che brinda alla nottata che verrà, tra discoteche, alcool ed etilometri. Nottata che cercherà di nascondere il precariato, gli esami obbligati all’università e la benza che costa troppo.
In un angolo più buio del bar i ting ting dei videopoker sono attivati da un paio di cinesi. E le zanzare sorvolano la zona cercando le loro cene rosse e gratuite.
Non si accorge nessuno quando entrano i due. La televisione al plasma, quarantotto pollici, illumina di sbadigli le piante finte che sembrano quasi vere. La ragazza, biondina, slavata e quasi minorenne si avvicina ai gelati.
Uno SNAP si sente rimbombare in tutto il locale. E’ lo schioccare delle dita del compagno della ragazzina.

”Garçon!”

Il barista ribollisce a quella parola, ma in silenzio. Conta fino a dieci. Ma non basta. Arriva a venti, trae un profondo respiro e si avvicina al banco dei gelati. La ragazzina bionda lo guarda e chiede:

”Un gelato da un euro e mezzo.”

Chiede gusti a caso, come la musica di quel posto e come la gente che passa sul corso principale su cui si affaccia il bar.
Il gelataio la guarda mentre adorna il cono di colori daltonici e saporiti. Ha i pantaloncini e l’aria trascurata. Poi passa a osservare lo stronzo.
E’ li, dietro alla ragazzina, completamente andato. Traballa. Gli occhi si muovono da soli. Gli si chiudono le palpebre e la mano destra è chiusa a pugno. Le unghie sono sporche, i vestiti sono sporchi, i capelli pieni di forfora.
Un cazzo di drogato pensa il gelataio compiangendo il futuro della ragazzina. Finisce la sua piccola opera d’arte personale spruzzandola con panna zuccherosa. Da il cono alla ragazza biondina e poi guarda lo stronzo drogato.
Lo stronzo drogato poggia sul banco una piletta di monetine e sorride con la sua aria sballata.

”Mancano venti centesimi. E’ uguale no?”

”E no che non è uguale.”

Il barista guarda in modo cattivo lo stronzo drogato. Non si cura dei soldi. Non si cura della ragazzina o dei clienti che non stanno neanche a sentire quello che si dicono i due.

”Vabbè. Come facciamo allora?”

”Facciamo che adesso trovi i venti centesimi che mancano per il cono da un euro e mezzo.”

”E dove li trovo?”

”Non mi frega dove li trovi. Trovali!”

Tranquillo il barista aspetta, la biondina mangia il gelato e lo stronzo drogato si sposta ai videopoker per cercare qualche monetina in più.
Niente. Evidentemente ai cinesi non stanno simpatici gli italiani con l’aria strafatta.
Guarda ancora il barista, ma l’aria cattiva e severa lo induce a andare in strada a cercare quei venti centesimi che mancano. La ragazzina esce a guardarlo mentre mangia ancora il suo gelato che inizia a sgocciolare sulle dita.
La gente si scansa al passaggio dello stronzo drogato e traballante. Nessuna monetina. Nessun centesimo. La scenetta si ripete per un po’ finchè il barista non si stufa e esce in strada anche lui.
Minaccioso e fumante rabbia più o meno voluta gli dice a un passo da lui:

”Allora. Prenditi il gelato. Prenditi la ragazzina ma togliti dalle palle e non farti vedere più qui dentro. Non voglio vedere più la tua faccia neanche passarmi davanti al bar. Okay? Va bene?”

”Okay.”

Lo stronzo drogato, traballante e senza un centesimo se ne va tirandosi dietro la ragazzina tra la gente che ride e scherza nella cittadina a caso.

Il barista rientra. Va dietro al bancone e prende la piletta di monetine. Le conta prima di metterle nella cassa.
Sono in tutto due euro e ottanta centesimi.
 
D.
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domenica, 09 marzo 2008, ore 22:44

Piccola prefazione a questo raccontino per dire che è stato ispirato da un laboratorio di scrittura creativa fatto circa un mese fa. Una delle persone presenti incitata a inventare una storia ha tirato fuori le prime frasi di questo testo. Poi lui è partito verso un tipo di trama e io “illuminato” dalle sue parole per la mia strada. Decisamente diversa.
Comunque ringrazio Secondo che non sapendo mi ha dato lo spunto, e Marco che ha ideato il laboratorio.

D.
 
 
 
L’uomo più felice del mondo
 
 
Sono felice.
Sono l’uomo più felice del mondo.
Sono felice perché cucino. E a me piace cucinare.
La mia specialità sono le uova al tegamino. Giuro. Le faccio in tutti i modi. Al bacon, al sugo, col prosciutto, asciutte con solo sale e pepe. Ho un ristorante di gran lusso. E si, perché cucino molto bene le mie uova e sono molto quotato. Così chiunque venga nel mio locale assaggia le mie uova al tegamino.
Ho un segreto per cucinarle. Come le cucino io non lo sa fare nessuno. E’ la verità, non mi fissate così. Una volta un famoso critico ha assaggiato le mie uova al bacon e dopo è corso in cucina per chiedermi il mio segreto per farle così. Io non gliel’ho detto. Ragazzi, ma scherziamo? Rivelare i segreti della cucina per un grande chef come me che fa delle uova al tegamino paragonabili alla migliore nouvelle cousine equivarrebbe al suicidio.
Così quel critico culinario mi stroncò il ristorante. E io che potevo fare? Continuai a essere felice della mia cucina e lo uccisi. Si, avete capito bene. Lo uccisi.
Lo invitai al ristorante dicendogli che gli avrei rivelato il mio grande segreto. Gli mostrai la padella con cui cucino le mie famose uova al tegamino e gli spiattellai sulla nuca. Un colpo secco. E secco rimase lui dopo quel colpo.
Poi potevo fare una buca nel giardino antistante il ristorante. Ma non lo feci. Lui e la sua famosa guida di ristoranti a quattro stelle Paulin. Che si legge Polèn in francese. E’ diventato materiale buono per la mia pancetta. E ci ho fatto delle ottime uova.                                                                                                 
 
Nonostante ciò io sono felice. L’uomo più felice del mondo. Cioè, ragazzi, chi altri si può vantare di tirare avanti il più famoso ristorante di uova al tegamino del mondo. Ne faccio due, tre o quattro a seconda della gola del cliente. E dello stomaco, si intende.
Ho una moglie. Una moglie bellissima che mi aiuta a mandare avanti il locale. Lei si occupa delle prenotazioni, degli inservienti e della finanza. Io faccio le uova al tegamino. E sono felice per questo. Dio, o chi per lui mi ha dato un dono e io lo sfrutto. Faccio le uova al tegamino più buone del mondo.

Il mio segreto non ve lo dico. Non per sfiducia eh? Ma non vorrei che qualcuno chiacchierando spifferasse ciò che gli ho detto. Dovrei uccidervi tutti se ve lo dicessi adesso. E sinceramente non mi và. Ho da fare le mie uova.
Il contadino che me le fornisce è molto distante dal mio ristorante. Ma ogni giorno un aereo privato parte appositamente fino al pollaio. Le galline felici come me e più di me ogni giorno fanno le uova che io cucinerò e che voi mangerete.

Come non le mangiate? Ma sono buonissime! Sono io che le faccio! Mica pizza e fichi! No, signore. Non capisca fischi per fiaschi. Ho detto pizza e fichi, non che faccio le uova con la pizza e i fichi. Non sarebbero così buone come le faccio ora se mettessi quei due ingredienti. Anche se in effetti potrebbe essere un’idea. Chez l’omme felix l’ovv con pizza e fichì!... Si lo so signore che non si dice proprio così in francese. Ma d’altronde io una cosa so fare. Le uova al tegamino. Mica posso sapere tutto no?
Come dice? Sono un ignorante? Io? Come si permette??

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Martina!! Vieni che ho trovato qualcosa per fare altra pancetta!!
 
 
D.
 
19-02-08
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mercoledì, 23 gennaio 2008, ore 17:06

LE STREGHE

Con la parola streghe vi verranno in mente di sicuro quelle vecchiette, spesso dall’aria perfida, su un manico di scopa e con un cappello nero, a punta sulla testa. Vi verranno in mente quelle vecchie laide che secondo le tradizioni amavano cuocere in enormi calderoni code di topo e lingue di lucertola. Vi verranno in mente, di sicuro, le storie che le vostre nonne vi raccontavano la sera prima di andare a dormire, quelle storie che tornavano alla mente di notte, quando il buio circondava il vostro letto di bambini e pensavate che una di loro sarebbe venuta a tirarvi per i piedi per portarvi in strani mondi popolati di orchi e mostri.

No. Non sono loro le streghe di cui stiamo parlando. Le streghe che camminano in mezzo a noi, che sono sempre esistite e che sempre esisteranno non hanno un brutto aspetto. Non hanno nasi aquilini contornati da prosperosi nei pelosi. Le streghe, reali, hanno di solito un bel aspetto. Hanno uno sguardo magnetico, hanno la consapevolezza di poter decidere la sorte di un uomo. E anche quando la consapevolezza non c’è, hanno comunque il potere di catturarti, di imprigionarti nel loro incantesimo.
Se incontri una strega non ti accorgerai mai che è una di loro. Ti incatenerà con uno sguardo, ti farà bruciare di passione con un bacio, ti ammorbidirà il cuore a ogni parola. Hanno occhi diversi, capelli diversi e voci diverse ma le streghe si assomigliano tutte. Siamo noi a non accorgercene.
In un batter d’occhio deciderete che lei, solo lei, è la donna della vostra vita. Non potrete farne a meno. Succede. Basterà una loro parola, una piccola carezza, e qualsiasi cosa del mondo reale scomparirà. Vivrete la favola mai vissuta e sempre desiderata. Vivrete in un cielo di nuvole leggere. Anche la pioggia sarà una cosa che farà sorridere. Anche la nebbia.
Si oscureranno tutti i problemi. Diventeranno quasi una barzelletta, li accantonerete pensando che comunque qualcosa di bello c’è nella vostra vita e che tutto il resto prima o poi passerà. Perché ci sarà lei accanto a voi. La strega.

Sarà in ogni minuto della vostra giornata. Durante gli impegni di lavoro, durante le pause quando vi arriverà un messaggio o ne scriverete uno voi. Sarà vivido il pensiero di lei prima di andare a dormire. Anche se lei non sarà accanto a voi. E felici vi farete coccolare da quel sogno raggiunto, finalmente.

Spesso le streghe non lanciano questi incantesimi di proposito. Semplicemente capita. Forse qualcuna si innamorerà davvero di voi. Come voi vi innamorerete di lei, senza barriere, senza paure ataviche, senza timori di lasciare scoperti i vostri lati più deboli. Saranno le vostre dolci confidenti, le vostre focose amanti, il vostro continuo sostegno per affrontare la vita. E vi consumeranno il cuore, lo prosciugheranno dando fondo a ogni più piccola particella dell’amore che stavate conservando da tutta la vita. Perché le streghe sono fatte così. Hanno bisogno a loro volta di sentirsi amate. Hanno bisogno di voi, della vostra anima.

Qualche volta accade che questo continuo bisogno di una strega si riversi solo in una persona. E allora l’incantesimo durerà tutta la vostra vita. Anche quando la ragazza non sarà più tale, ogni volta che i vostri occhi affonderanno nel suo sguardo vi sentirete come quando l’avete incontrata la prima volta, come quando l’avete baciata per la primissima volta. Basterà anche il suono della sua voce per far riaffiorare in voi quella sensazione di volo vellutato verso il piacevole mondo del suo incantesimo.

Altre volte no. Altre volte la strega esaurisce il vostro cuore, lo spreme fino al limite lasciando stillare anche l’ultima goccia di amore e di forza che c’è in voi. E dopo averlo esaurito prende il volo ella stessa. Senza manici di scopa scomparirà dalla vostra vita come vi è arrivata. Quando indicò tra tutti proprio voi, dicendosi e dicendovi che dovevate essere suo. E così il precipitare dal fantomatico settimo cielo dove fluttuavate felici sarà rovinoso, distruttivo e vi corroderà l’animo fino a lasciarlo vuoto.

Ed è lì che vi ritroverete, con l’incantesimo che ancora perdura dentro di voi, ma senza la strega che ve l’ha inflitto. Vi troverete soli, paurosi e tremanti come quando rimanevate nel buio da bambini ad aspettare che una donna cattiva vi porti via.
 
E allora non potrete che attendere che l’incantesimo scompaia, rintanati in una grotta fatta di mille pensieri. Non potrete che aspettare l’affievolirsi dei ricordi, delle cose passate davanti a un bivio che a voi, e solo a voi, si presenta lasciandovi libertà di scelta per una volta:
Chiudere gli occhi e sognare ancora l’intensità dell’incantesimo passato, i momenti felici, il suo sguardo benigno su di voi, oppure aprirli quegli occhi e guardare verso l’alto, verso un sole appannato, attendendo l’arrivo di una nuova strega e di un nuovo incantesimo.
D.
22-01-08
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lunedì, 03 dicembre 2007, ore 21:10

Il cacciatore di farfalle
Non so se riuscirò a trovare le parole per descrivere quanto sia bella una farfalla. Ognuna ha il suo fascino diverso, ed anche se molte hanno i medesimi colori, c’è sempre qualche differenza che le fa risultare tutte diverse e bellissime in ugual misura.
Perderei giorni e giorni interi a rimirarne il volo, le coordinate fantasiose che prendono in un pomeriggio, dove il vento primaverile le sospinge insieme al polline dei fiori, dove ogni tanto si posano. Quando sono in coppia il balletto che compongono ha un che di malinconico, struggente e ironicamente romantico, come ironica è la loro vita.
Tutti sanno che impiegano giorni e giorni per trasformarsi da bruco in crisalide, da crisalide in farfalla. E dopo quelle fatiche, quel lento compiersi della perfezione, appaiono al mondo in tutta la loro sfolgorante divinità. Ma solo per un giorno.
Solo per un giorno nascono e muoiono, procreano e compiono il gesto divino per antonomasia. L’assoluto. Ciò che solo poche creature in natura sanno fare: fecondare, di fiore in fiore, ogni pianta che incontrano nel loro rapido percorso. Tutto in un misero, povero giorno.

Ci sono miriadi di razze di farfalle. Da quelle europee, a quelle tropicali, o asiatiche. Potrei star qui a tediarvi con nomi tecnici e dati e misure. Ma per questo genere di notizie vi basterà consultare una qualsiasi enciclopedia. O meglio ancora internet.
Quel che vorrei raccontarvi è invece ciò che facevo io. Affascinato dal mondo che il volo della farfalla rappresenta. Perché non è un volo di un semplice insetto, o di un uccello. E’ una farfalla. Delicata e effimera. E chi non vorrebbe possedere un così lieve essere?
L’uomo è qualcosa di imponente e pesante al confronto. Di orrendamente vigliacco, nonostante la sua forza e l’intelligenza siano molto più sviluppati della nostra farfalla.
E’ cattivo come nessun altra creatura sa essere. E spesso non capisce cosa c’è dietro il volo di due ali leggere, colme solo di polline e felicità per quel giorno di libertà.
Io sono uno di loro. Io le catturo. Le aspetto, le studio, e una volta prese le infilzo vigliaccamente, per poi mostrarle al mio ego. Sul muro del mio studio le farfalle sono li impotenti a mostrarmi le loro ali. Ognuna di esse mi ricorda in che giorno è stata presa, le emozioni che avevo in quel momento, e cosa pensai la sera quando tornai nel mio appartamento con la preda inerme. Mai mi sono chiesto però cosa pensasse quel piccolo esserino prima di essere preso dalla mia rete, cosa temesse dopo nella sua gabbietta, e infine quale maledizioni mi avesse potuto mandare un attimo prima di morire.

Una notte però mi vennero alla mente tutte insieme quelle domande.
Era una sera di ottobre, un ottobre che già sapeva d’inverno. Sedevo su una panchina con un amico a fumare una sigaretta quando la mia attenzione venne catturata da un’ombra che si muoveva isterica sopra di me. Proprio sotto il lampione che illuminava me, il mio amico e la panchina in quel giardino semideserto.
Era una falena che stava lanciandosi disperata contro la luce che prima o poi l’avrebbe uccisa. Girava e girava intorno a quella lampadina, sfiorava la luce e poi si allontanava terrorizzata. Poi si abbassava in quel volo discontinuo e infine tornava a sfiorare la lampadina infuocata.
Il mio amico continuava a parlare e fumare ma io neanche lo guardavo. Ero abbagliato da quell’inseguimento pazzo alla propria morte. Non so perché proprio quella falena, invece di tante altre che ho visto in vita mia, mi fulminò l’anima e fece di me finalmente dopo anni di eccidi, un uomo pensante. Come la farfalla attendeva la morte in una vita breve e perfetta, la falena la cercava, insistente e folle, forse per perseguire la stessa divinità della sua cugina diurna.
Mentre continuavo a seguire il volo notturno di quell’esserino scuro mi inginocchiai ai piedi del lampione e cominciai a scavare con le mani cercando i fili che collegavano la lampada all’elettricità. Il mio amico mi prese per pazzo come era normale che fosse, poi paralizzato dai miei gesti insensati stette fermo a guardarmi mentre cercavo di evitare alla falena una morte inutile.
Le dita iniziarono a farmi male e la terra mi sembrava sempre più dura. Alternavo lo sguardo tra i percorsi aerei del piccolo animale e la ricerca dei cavi della luce.
Finalmente trovai un tubo flessibile che conteneva i fili elettrici, presi a strapparlo, prima con le mani e poi con le chiavi. Trovai i cavi della luce e usai l’accendino per scioglierli fino a vedere il rame. Erano concitati i miei movimenti ma sembrava funzionassero. Alla fine strappai con tutta la forza che avevo ancora quel che rimaneva delle fibre che illuminavano la fonte di luce e di morte allo stesso tempo.

Il buio calò sulla panchina e i miei occhi ci misero qualche decina di secondi per abituarsi a vedere nella semioscurità. Dei lampioni si spensero, mentre altri continuarono ad illuminare i sentieri dei giardini. La falena, forse esausta dal volo senza paura intorno alla propria fine, pian piano discese come un aeroplano che compie evoluzioni per divertire gli spettatori. Circonferenze ellittiche svolse fino a ritrovarsi a pochi centimetri da me. Si posò sulla panchina e mi avvicinai per osservarla. Aveva le ali striate di bianco e d’argento, qualche puntino luminoso ne adornava le parti più nere e macabre del mantello. Dicono sia brutta la falena. Quella mi sembrò meravigliosa. Cercai di prenderla avvicinando le dita al legno dove si era posata, lei però volò via allontanandosi da me. Da noi. Io e il mio amico la osservammo volare di nuovo nello scuro della notte alla ricerca di nuove cose da fare.
La seguii per qualche passo, fino a che non la vidi planare di nuovo sotto uno dei lampioni ancora illuminati. Sospirai rassegnato mentre la farfalla della notte ricominciò la folle corsa verso la propria morte, intorno alla fiamma ardente del proprio destino. Piansi.

Da quella sera non catturai più farfalle. Quelle che ho sono ancora sul muro, a ricordarmi quanto ero stupido prima, a volermi sovrapporre alla sorte. Al centro della mia collezione c’è un bellissimo esemplare di una falena con le ali striate di bianco e d’argento, ma purtroppo, leggermente bruciacchiate.
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domenica, 23 settembre 2007, ore 20:27

Una bella famiglia

Luciano prima di cena si metteva sempre in divisa. Appoggiava la giacca sullo schienale della sedia e il cappello sul tavolo, senza avere la minima paura che si sporcasse. Lo faceva ogni santa sera quando andava a lavoro.
Mangiava sempre piuttosto presto, verso le sette e un quarto, e con lui mangiavano anche sua moglie e suo figlio Lorenzo.
A lui piaceva così. Piaceva vedere la famiglia unita davanti la tavola, parlare delle cose successe nella sua famiglia senza accendere la televisione.
Perché Luciano dormiva quasi tutto il giorno e quando si svegliava la moglie era indaffarata con le cose di casa e la cena, e suo figlio o era fuori a giocare con gli amici, oppure, come capita spesso, in camera a studiare.
A Luciano piaceva la sua famiglia.
Quella sera Marta, la moglie, gli disse che aveva fatto i colloqui con i professori delle medie di Lorenzo. E non fu un bel colloquio, disse. Lorenzo andava male, non studiava più come prima, non parlava ed era svogliato a scuola. Pareva che andasse male anche a ginnastica, aggiunse Marta fissando il figlio.
”E come cavolo è che vai male se stai sempre dentro quella camera a studiare Lorè?”
“Non lo so papà…”
“Guarda che almeno le medie le devi finire eh? Che senno a quattordici anni ti faccio andare a lavorà da zio Michele! E quello fa il muratore. Capito Lorè?”
”Si papà…”
Lorenzo era fisso nel piatto di minestra tiepida senza nessuna voglia di mangiarla. Avrebbe voluto scomparire. Anzi, meglio. Avrebbe voluto gridare al padre che poteva fare quel che cazzo voleva, che tanto lui se ne fotteva della scuola, dei professori e di lui. Ma non lo fece. Stette li a rimirare i fili di parmigiano fuso che colavano nel brodo.
“Guarda che ora la scuola è obbligatoria fino a sedici anni…”
”Marta non ti ci mettere pure te che già questo non mi da retta!” urlò alzandosi in piedi Luciano. Sbuffo fulminando il figlio con uno sguardo e prese il cappello.
”Io me ne vado che è meglio… che non lo so che succede sennò!...”
Non passarono dieci secondi che la porta di casa si aprì e si chiuse subito dopo con violenza.
Lorenzo era ancora lì a fissare il piatto e la madre sbuffando iniziò a sparecchiare
”Io non lo so che ti piglia. Sei stato sempre bravo.. sono tre o quattro mesi che non si capisce cosa c’è che non va… e chi lo sente poi a quello? Tuo padre è buono e caro ma se gli pigliano i cinque minuti… dai retta a me. Finisci di mangiare e vai di là. Ma studia cavolo! Non guardare la tivvù!”
”Non la guardo la tivvù io! A me mi fa schifo la tivvù!”
Con gli occhi rossi il ragazzino si alzò e filò in camera sua come un razzo. La madre scosse la testa rassegnata sperando che tutto si sarebbe risolto per il meglio.

Luciano ancora accaldato dalla rabbia e dalla minestra salì in macchina. Era ancora presto per il lavoro e quindi decise di passare verso la tangenziale. Ci passava spesso Luciano da quelle parti. Usciva prima di casa apposta certe sere, dicendo che doveva fare gli straordinari. E quella sera aveva proprio bisogno di trovare quello che di solito andava cercando in quelle vie.
I primi falò sembrarono rassicurarlo. Non ce ne erano molti. Non come una volta, quando suo padre lo accompagnò la prima volta a diventare uomo.
Ma a Luciano, che faceva la guardia giurata da una vita, quindici anni di onesto servizio, sembrava che se lo meritasse quello svago di tanto in tanto. Che i soldi sono i miei, diceva, e ci faccio quel che cazzo voglio.
Così passava davanti alle prostitute. Quasi tutte di colore, e sorridendo a tutte sceglieva sempre la più bella. La portava dietro alla discarica abusiva appena sotto la tangenziale e ci faceva quello che ci doveva fare. Poi salutava tranquillo. E andava a lavoro.

Marta rassettava la cucina. Lucidava fino a vederlo brillare il lavello. Scopava per terra e si metteva a guardare la televisione. A basso volume. Per ascoltare attenta, soprattutto, quando il figlio sarebbe andato a letto. Sempre a pigiare su quei tasti del suo computer quel benedetto figliolo e a scuola nessun risultato da qualche mese.

Finalmente vedeva spegnersi la luce della cameretta. Lo vedeva andare a lavarsi i denti. Lo salutava e aspettava dieci minuti. Poi prendeva il cellulare e come quasi ogni sera digitava lo stesso numero “Si… vieni… non suonare eh? Ti lascio la porta accostata…”
Si sistemava rapida, un po’ di trucco, ma solo un po’ che sennò si lasciavano tracce sulle lenzuola bianche. Poi lui entrava e lo portava in camera.
Da un paio d’anni un ragazzo di cinque anni più giovane di lei le aveva fatto una corte spietata. Ogni volta che usciva a fare la spesa se lo ritrovava davanti che le sorrideva e iniziava a parlarle di tutto. E a lei sembrò di tornare ventenne, quando Luciano la passava a prendere con la macchina e si facevano quei giri al mare interminabili che finivano sempre con la loro passione consumata nella pineta.
Non era vecchia ma se la sentiva l’età avanzare. Quasi quarant’anni e suo marito non la guardava più. Magari aveva un amante. Quindi perché rinunciare a quel ragazzo affascinante che la faceva sentire bellissima?
Aveva tutta la notte. Lorenzo non sarebbe tornato che all’alba, e il suo amante lavorava solo di pomeriggio. Situazione ideale. Bastava che facessero piano. E nessuno si sarebbe accorto di loro.
 
Lorenzo in camera sua era alle prese col mondo invece. Da quel piccolo schermo aveva scoperto cose di cui non conosceva neanche l’esistenza. Da un po’ di tempo aveva scoperto cosa succede quando da bambini si diventa uomini e questo l’aveva catapultato in orizzonti eccitanti e elettrizzanti. Un suo amico gli aveva passato un paio di siti dove chattare, giocare e fare finta di essere qualcun altro al tempo stesso. Un paio di siti dove un nick nasconde un universo di bugie che nessuno mai avrebbe scoperto.
Da quei due siti Lorenzo arrivò ai giochi erotici. E passava le notti fingendo di essere un trentenne single o un ventenne timido. O semplicemente un uomo. Gli altri nick, quelli femminili, parlavano con lui, giocavano con lui, si divertivano. E Lorenzo che alle ragazze della sua età non riusciva neanche ad arrivare perché era considerato troppo ragazzino, contemplava il suo finto essere uomo maturo da quello schermo. In silenzio. Digitando i tasti molto piano.
In modo che la madre, che sapeva impegnata nell’altra stanza, non si accorgesse di quella sua finta e nuova maturità.
 
D.
21-09-07
 
Astrochip
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lunedì, 02 aprile 2007, ore 19:18

Prologo

Una volta, tanto tempo fa, un giovane ed affascinante cavaliere si trovò a passare nelle terre di Rottavalle. Trottava tranquillo sul suo splendido cavallo bianco, purosangue e provvisto di pedigree autorizzato nientemeno che dal Re MezzaCartuccia che regnava incontrastato su tutta la regione.
Ad un tratto, dalla sacca legata alla sella, cadde una perla grossa come una nocciola e rilucente d’argento. Era rarissima codesta perla e aveva poteri magici misteriosissimi.
Il cavaliere arrivato nella propria magione, a molti giorni di distanza, si accorse di aver perduto la perla magica, così decise di tornare indietro a cercarla, ma non la trovò. Rifece la strada più volte ma nulla rinvenne da terra se non la sua disperazione di aver smarrito il suo prezioso oggetto magico.
Ed è qui che iniziò la storia che ora vi voglio raccontare:

Castoldo e la perla magica


C’era una volta, nel Baronato di Rottavalle, un ragazzo di nome Castoldo.
Il giovane Castoldo era belloccio e stava bene di salute (cosa che a quei tempi era rara e assai richiesta), per vivere faceva il contadino nei terreni intorno al Borgo del Castello del Barone Favasecca.
Lavorava tanto, dall’alba al tramonto, ma era felice. Era felice perché mentre zappava poteva stare all’aria aperta e quando c’era il sole riscaldarsi ai suoi raggi, e quando c’era la pioggia bagnarsi dell’acqua fresca che cadeva giù dal cielo, e poi rendeva la terra più morbida così zappare gli era più facile; ed era felice perché parecchi ruscelli passavano attraverso i campi che coltivava e da lì poteva bere acqua freschissima e saporita, e molti frutteti erano intorno ai campi così si arrampicava sugli alberi del Barone e col suo permesso poteva coglierne i frutti e mangiarli come pranzo e come cena.
Il giovane Castoldo era felice perché sapeva che chi viveva dentro il Borgo del Castello non respirava la sua aria, e non aveva sempre da mangiare cose buone, perché tanti vivevano a servizio del Barone e dormivano tutti in camere senza finestre e con pochi letti. E si dividevano il cibo e l’acqua che veniva dai pozzi e sapeva sempre di stagno. O almeno aveva quel sapore molto di più di quella dei ruscelli che attraversavano i campi.
Un bel giorno il giovane Castoldo conobbe una ragazza che viveva proprio nel Borgo del Castello, era sorella di un suo caro amico, un tale Bonpietro che guidava un carro per trasportare i frutti dei campi fin dentro la dimora del Barone. Si chiamava Gemma la ragazza, e i suoi occhi parevano davvero brillare come due gemme tra la folla del Borgo. Quel bel giorno Gemma accompagnò suo fratello Bonpietro nei campi a prendere i frutti della campagna e il buon Castoldo la vide e in un lampo se ne innamorò. Sapete no di quei colpi di fulmine? Ecco! Quello fu uno di quei colpi là.
Il fratello di Gemma fu assai contento di assecondare il fidanzamento perché anche a Gemma piaceva quel contadino belloccio dall’aria gentile, e quando tornarono a casa i due fratelli la sera stessa ne parlarono ai genitori che accondiscesero a conoscere il bravo giovane lavoratore.
Nel giro di un mese si fidanzarono. Nel giro di due si poterono tenere la mano mentre la domenica andando alla messa Castoldo accompagnava Gemma con tutta la sua famiglia in chiesa. Nel giro di sei mesi si diedero un bacio di nascosto dietro un albero di fichi che stavano già gemmando i primi frutti. E dopo un anno chiesero all’Arciprete del Borgo di sposarli.

Ma c’è un ma. C’è sempre un ma nelle favole. Non lo sapete miei piccoli lettori?
Il Barone Favasecca saputo dall’Arciprete di quel matrimonio si inalberò. Di più: si incavolò davvero perché Gemma era tra le sue predilette e stava aspettando che compisse diciotto anni perché la potesse portare nel suo Castello e farne una delle sue concubine. Chiamò urlando il Castellano e gli disse:
”Fate sapere a quei due che se si vogliono sposare devono sottostare alle mie condizioni! Che mi portino diecimila scudi o che la ragazza giaccia con me la prima notte di nozze!”
E il Castellano rispose:
”Ma Barone. Da duecento anni in questo regno non c’è più lo ius primae noctis. Se lo sa il re vi taglierà la testa anche se siete un nobile.”
”Non m’importa! Che il re non lo sappia mai! Andate senza discutere!”
Il castellano andò a casa di Gemma a dare la strana e triste notizia alla famiglia. Poi insieme andarono nei campi, dove ancora non era tramontato il sole e dissero a Castoldo quel che il Barone aveva ordinato.
Gemma piangeva e Castoldo si batteva i pugni sulla testa cercando di pensare a qualcosa per poter evitare quel triste destino. Si sentiva le fiamme dentro a sapere che Gemma avrebbe potuto dormire col Barone prima di lui, pensò e pensò tutta la notte. All’alba tornò ai campi e la famiglia di Gemma al Borgo. Si mise sotto un albero perché non aveva voglia di lavorare e con il mento appoggiato sotto le proprie mani fissava il terreno rimuginando su cosa poteva fare. Fu quasi verso mezzogiorno che vide brillare sotto il sole qualcosa di piccolo e argentato.
Era la gemma che perse tanto tempo prima il cavaliere. Dissodando il terreno nei giorni passati Castoldo l’aveva tirata fuori e mettendosi a carponi la raggiunse per raccoglierla. Sorrise pulendola dalla terra e la riconobbe come un oggetto preziosissimo e felice come non mai corse al Borgo senza più pensare al lavoro.
“Gemma! Gemma! Guarda cosa ho trovato!”
La ragazza vide la perla argentata e pianse dalla gioia, ballarono e avvertirono il resto della famiglia. Poi tutti e cinque, Castoldo, Bonpietro, Gemma e i genitori dei due fratelli si avviarono verso il Castello. Chiesero di presentarsi al Barone e quello non li ricevette. Il Castellano arrivò e gli fecero vedere la perla. Lui chiese di vederla e disse calmo alla famigliola che l’avrebbe portata al Barone e che forse si sarebbe accontentato. Castoldo e Gemma sapevano che la perla valeva molto di più di diecimila scudi ma non gli importava. La cosa veramente rilevante era che non sarebbero stati costretti a offrire lo ius primae noctis al Barone.
Stettero una buona ora ad aspettare in una piccola sala che il Castellano tornasse. Ma non tornò. Ne passarono due. Poi tre. Alla fine Castoldo vide che si stava facendo notte così uscì dalla stanza per cercare qualcuno. Trovò al piano di sotto il Castellano che stava mangiando mentre rideva con la cuoca, gli chiese spiegazioni ma quello alzò la voce e cacciò lui e tutta la famiglia dal Castello.

La famiglia di Gemma e Castoldo non sapevano che fare. Tornarono mesti a casa e aspettarono l’indomani, ma non si ebbe notizia. E neanche il giorno appresso, e così via.
Castoldo passata qualche settimana andò dall’Arciprete per fissare la data del matrimonio, convinto che il Barone avesse preso la perla come pegno e tassa per la felicità sua e di Gemma. Ma l’arciprete gli disse che lo Ius Primae Noctis era sempre valido che sapesse lui e che nessuno gli aveva detto nulla.
Tornò al Castello e bussò forte. Iniziò a gridare che rivoleva la sua perla o che voleva parlare col Barone. Ma uscirono due guardie che lo malmenarono e lo cacciarono via.
Castoldo piangendo andò da Gemma e decisero di non sposarsi ancora. E il giovane contadino tornò a lavorare la campagna, e si faceva sempre più triste e gli alberi attorno si stavano appassendo come lui si intristiva.

Passarono due anni e il Barone si gustava di tanto in tanto, la perla argentata che aveva nel suo castello, la rimirava, la lustrava. Sembrava ne fosse stregato. Tanto che non si interessò più dell’economia del Borgo. Non pensò più a tassare i contadini e nemmeno i commercianti. Non pretendeva più i frutti più belli e le opere d’artigianato più preziose. Solo stava là a guardare la perla o a pensare come fosse bella. Anche la notte. Anche quando il Castellano gli parlava di qualche nuova ragazza da portare nel suo harem privato.

Un giorno il Castellano arrivò mesto nelle stanze del Barone e disse:
”Barone Favasecca, il Re ha mandato un messo a dirvi che siete destituito da regnare su questo Baronato. Dice che non ha visto più un soldo arrivare da queste terre da anni e dice che siete un… uhm… ehm…buono a nulla Barone.”
Inutile dirvi, miei piccoli lettori, quanto il Barone sbraitò e saltò, e s’arrabbiò col Castellano e buttò a terra i suoi vasi preziosi e stracciò gli arazzi e spezzò gli alamari.
Inutile dirvi, miei piccoli lettori, che al suo posto arrivò un cavaliere, tanto simile a quel cavaliere dell’inizio della nostra storia;ma più vecchio. Con i capelli grigi e la barba, con una moglie e una figlia, ben vestite e assai belle entrambe. Fecero portare via le cose del Barone e fecero mandare via anche il Barone. Ma il cavaliere dai capelli grigi riconobbe tra le cose del Barone la perla d’argento e il viso s’illuminò quando la riconobbe. La chiese al Barone e quello, incavolato com’era gliela tirò. Il cavaliere la raccolse e gli disse:
”Forse voi non lo sapete Barone Favasecca, ma questa perla ha proprietà magiche. Quando arriva nelle mani di un uomo con lo spirito animato da cose piene d’amore, fa di tutto per accontentare i suoi desideri. Quando invece arriva nelle mani di un uomo maligno e pieno d’odio nel cuore allora esegue esattamente il contrario. Qualsiasi cosa desideri quell’uomo si trasforma nel suo opposto. Non ve ne siete accorto?”
chiese innocente il cavaliere al Barone, che sgranò gli occhi e andò via dal Castello con le poche cose rimaste di una vita piena di vizi e di sperperi.
Nel Castello e nel Borgo così tornò la tranquillità, il Cavaliere e sua moglie regnarono molti anni ancora nelle terre di Rottavalle e vissero tutti felici e contenti.

Che c’è?
Ah già! Volete sapere di Castoldo e di Gemma. Beh, miei piccoli lettori, Castoldo e Gemma si sposarono il mese dopo l’arrivo del Cavaliere. Non erano più costretti da leggi insulse e tasse malevole per il loro matrimonio. Fecero grandi festeggiamenti e invitarono tutto il Borgo. Compreso il cavaliere, sua moglie e sua figlia, e quelli per dono di nozze gli regalarono la perla d’argento. Perché quel prezioso oggetto era magico davvero, e suggerì una notte al cavaliere che fu Castoldo ad averlo ritrovato, e quindi in mano sua doveva andare ed esaudire ogni suo desiderio.
Castoldo e Gemma ringraziarono e dopo essersi consultati decisero di regalare la perla d’argento all’uomo più povero del Borgo di Rottavalle.
“Noi” dissero al Cavaliere “abbiamo già esaudito i nostri desideri. Siamo insieme, e siamo felici. Non ci sarebbe nessun’altra cosa che ci potrebbe fare più felici di così!”
 
Quindi miei piccoli lettori, trovate la vostra morale se pensate ce ne sia una in questa piccola storia che vi ho raccontato. E quando l’avrete trovata fatela vostra, come la perla trova il suo padrone ogni volta.


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giovedì, 22 marzo 2007, ore 12:02

Storia di Giusy

Giusy si sveglia la mattina, quando ancora dalle tapparelle trapela la pallida luce dei lampioni, invece di quella calda del sole mattutino.
E’ ancora assonnata, gli occhi che si aprono appena e quel sapore amaro in bocca che si ritrova tutte le mattine. Prepara il caffé e la colazione per lei e la mamma: ottanta anni, molta testa, molta energia ma un difetto: da dieci anni vive su una carrozzina. Una carenza di calcio alle ossa le ha provocato lentamente l’indebolimento dello scheletro e l’infermità.
Da quella carrozzina ha visto il marito asciugarsi nel fisico e nell’anima consumato da un tumore alla gola. Debole e senza voce è arrivato a settantanove anni per poi spegnersi per un infarto.
Ma Giusy era lì con lei.
Da quella carrozzina ha visto l’altro figlio che è venuto a trovarla, presentandole una moglie settentrionale e un nipotino di appena tre mesi. E la brava Giusy sempre lì con lei.
Perché il fratello di Giusy, con una laurea e poca voglia di rimanere in quella terra splendida e malata, è partito otto anni fa per Milano. Ora è segretario comunale in un paesino in provincia di Brescia, tra la nebbia e la campagna.
Tante volte Rosario ha chiesto alla sorella di salire a vivere da lui. Tante volte.
Ma lei non riesce proprio a vedersi vivere nelle foschie della pianura padana. Ama il sole, e ama il calore dell’asfalto d’estate quando passeggia tra le vie della sua città. Ama camminare fin su una collina proprio sopra il suo quartiere e tra i profumi dei fiori primaverili, perdersi a guardare l’orizzonte chiaro e trovarvi la linea più blu del mare che divide la terra dal cielo. E ama sua madre, e sa che anche se esce poco, quella donna non sopporterebbe di sapersi lontano dalla sua terra, ne morirebbe.

Giusy mangia con la madre, le sorride e le parla, le racconta quel che succede in città. Poi si veste fumando tranquilla la prima sigaretta della giornata. Infine scende in strada, tra i vicoli umidi e barocchi di una cittadina tra le colline, che sa nonostante tutto di mare e di sale; e quando si guarda attorno trova coppiette abbracciate, che viaggiano a piedi o in motorino, ed allora Giusy inizia ad avere nostalgia.
Nostalgia per anni passati a ridere col fratello nei giardini dove l’ombra dei ficus sovrasta ogni cosa, dove le urla degli altri bambini governano l’aria calda di quella città, dove la madre era lì a guardarli da una panchina mentre chiacchierava con le amiche della solita moglie puttana del solito farmacista cornuto.

Passa al mercato e fa il solito giro, frutta, verdura, una fettina di carne (“tenera per carità che mamma sennò non me la mangia!”), yogurt e latte.
Giusy passa tra la gente distratta e sospira, ripensando a quindici anni prima. Penultimo anno di università. Salvatore le aveva riempito il cuore di speranze. Due anni fatti di studio, d’amore, di chiacchiere e sesso. Di quello dolce, consumato sui prati di una terra dove il freddo c’è un mese all’anno quando va male. Di quello carico di passione quando due ventenni si guardano negli occhi. Di quell’amore rubato tra due ore di lezione in facoltà che magari si potevano anche saltare.
Poi la laurea. Senza centodieci e lode, ma non importava. Salvatore iniziava a progettare la partenza: “Al nord, al nord bisogna andare!”, e Giusy l’avrebbe seguito. Dovunque.
Un giorno come gli altri però al padre venne riscontrato il cancro. E c’era bisogno di cure. E c’era bisogno di qualcuno che guardasse entrambi i genitori, uno troppo malato e l’altra troppo fragile per accudirlo. E c’era bisogno che Rosario finisse l’università, come aveva già fatto Giusy.
E Giusy rinunciò. Rinunciò a partire col suo Salvatore. Rinunciò al suo amore e al suo futuro. Rinunciò a un lavoro che l’avrebbe riempita di soddisfazioni e rinunciò a vedere il mondo e imparare da esso.
Si rimboccò le maniche e, lavorando sporadicamente per guadagnare qualche soldo, fece la donna di casa per fratello, padre e madre. Poi il fratello partì al nord perché aveva avuto un’occasione che era peccato mortale rifiutare. E il padre finì in ospedale, e la madre sulla carrozzina. E Giusy col sorriso sempre stampato sul bel viso continuò ad occuparsi di tutti rinunciando anche al proprio piccolo lavoro.

Ora Giusy è adulta. Si affaccia alla finestra dopo aver pranzato e lavato i piatti. A nord le nuvole si stanno raccogliendo sul mare, pronte a scaricare un temporale. Giusy potrebbe scaricare lacrime accendendosi la seconda sigaretta del giorno. Ma non piangerà, perché è forte, perché ha deciso che fanno più male i rimorsi che i rimpianti. Lei non lo sa, ma ha deciso di vivere per gli altri, non all’ombra degli altri. E chi vive per gli altri è più forte di tutto. Anche della nostalgia.


D.
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venerdì, 09 marzo 2007, ore 21:52

Storia di Sandra - Epilogo - Prima parte


Il lago da quella finestra pareva affogare nel nero del suo strano fondo e nel verde di una primavera troppo precoce. Sui merli del castello che copriva in parte la vista del lago, le prime rondini compivano evoluzioni sotto gli occhi di Sandra, coi loro gridi che si alzavano fino alle nuvole.
Speculare all’albergo dal quale la ragazza poteva ammirare quello spettacolo, un altro albergo, simile ma più lussuoso.
E una finestra con le imposte delle persiane socchiuse, proprio davanti a quella della stanza di Sandra.
Quella stanza che, dopo due giorni, ancora sapeva di fumo freddo, grazie a qualcuno che ci aveva dormito precedentemente e ne aveva impregnato i mobili per chissà quanti giorni. Gli intonaci bianchi erano puliti ma crepati e tristi e vecchi. Vecchi come si sentiva Sandra nonostante i suoi 35 anni.
Le braccia esili della ragazza sostenevano un fucile. Uno di quelli piccoli. Da caccia, al femminile. Trovato per caso nella soffitta della casa del padre morto ormai da qualche anno.
Dalla strada si poteva notare, volendo, una canna grigio piombo che fuoriusciva dalla finestra dell’albergo. Sandra teneva un occhio chiuso ed uno aperto. Ed aspettava.
L’aveva fatto per ore. L’aveva fatto per due giorni. Per la precisione un giorno e tredici ore. Dall’altra parte, nell’altro hotel c’era Antonio. Lei lo sapeva; l’aveva seguito dopo che il suo amante le aveva raccontato di dover andare tre giorni nel Lazio per lavoro. Non si era fidata. E aveva fatto bene, pensava Sandra fra sé attendendo lo schiudersi di quelle persiane.
Quando il sole iniziò a calare verso un tramonto fatto di nuvole screziate di rosa e di clacson a ritorno dal lavoro, le persiane, finalmente si aprirono.
Antonio comparve, sorridente e a torso nudo, con la pelle ancora vibrante di un amore che non era quello di Sandra. Alle braccia spalancate di lui si sommarono altre due che strinsero il petto di Antonio. Le unghie smaltate e un tatuaggio tribale sul polso sinistro.
Non erano le braccia della moglie di Antonio.
Sandra sorrise amaro capendo tutto in un lampo. Capendo quello che aveva sempre saputo.
E iniziò a piangere, mentre Antonio richiudeva la finestra interna. Iniziò a singhiozzare mentre il suo uomo abbracciava quell’amante buona per tre giorni fuori casa.
E singhiozzando urlò tutta la sua disperazione, urlò così forte che perse il senso di ciò che stava facendo.
Fu per sbaglio che il grilletto detonò la polvere da sparo. Fu per sbaglio che i piombini partirono fuori dal piccolo fucile. E fu per sbaglio che i vetri della finestra di fronte si infransero cadendo rumorosi sul marciapiede, a pochi passi da dove un bambino stava giocando con il suo pallone sbattendolo forte contro una serranda di un negozio.
Poi…
Seconda Parte

E poi arrivarono le sirene di polizia e ambulanza per constatare i fatti e prelevare i feriti. Ma di feriti non ce ne erano.
Sandra si trovò su un monte. Un prato sterminato di verde vivo, l’erba morbida che faceva da tappeto e un cielo più azzurro di qualsiasi azzurro potesse ricordare. Pochissime le nuvole bianche che si diradavano senza mai coprire il sole tiepido su quel monte. Era bambina. In braccio al padre che le sorrideva felice e giocoso. Intorno c’era profumo di abeti ed erbe di montagna.
Poi qualcosa punse Sandra, una pianta, un fiore, una spina. Il sorriso scomparve e il padre divenne Antonio. La guardava serio, tenendola in braccio e a quella bambina che dopo qualche anno sarebbe diventata la sua donna chiedeva: “Perché? Perché? Perché?”

Si risvegliò tra le attenzioni di due infermieri che le sorridevano rassicuranti. Per il contraccolpo del fucile cadde all’indietro e sbatté la testa; ma niente trauma cranico, solo un grosso bernoccolo e un po’ di stato confusionale dopo quello svenimento.
 Antonio e la sua amante si presero un gran spavento. Due o tre fori dei piombini rimasero a ricordo di quel fatto, lì, sul muro della stanza. C’erano da cambiare solo i vetri alla finestra; portarono poi Sandra, Antonio e l’altra ragazza alla centrale della polizia.
Televisioni e giornali fecero un gran baccano la sera stessa, e subito la cosa arrivò alle orecchie della moglie di Antonio.
La polizia tentò di trattenere Sandra ma non venne sporta denuncia, così uscirono tutti dalla centrale che era già sera. Antonio sorrise a Sandra: “Porto all’albergo lei e ti chiamo.”, andarono via in taxi separati.
Così attese per ben due ore nel suo albergo. Le cambiarono stanza dato che la polizia disse che doveva fare ancora qualche rilevamento.
Lo vide uscire dal portone dell’hotel col cellulare all’orecchio, parlava concitatamente, serio, quasi sconvolto. “La moglie…” pensò Sandra rattristandosi mentre lui agitava le braccia in aria parlando col vento. Sentì di nuovo quel groppo alla gola che le arrivava ogni volta che pensava alla famiglia di Antonio.
Poi finalmente lui attaccò, sospirò e guardò in alto; ma non il cielo. Vide l’unica finestra illuminata e spalancata del palazzo di fronte a lui. L’unica a cui era affacciata Sandra.
Si sorrisero.
La raggiunse in stanza, e finalmente si amarono senza vincoli. Senza il pensiero che la moglie potesse telefonare e chiedere dov’era Antonio. Senza il pensiero di essere scoperti da un momento all’altro come topi di appartamento con la refurtiva in mano. Senza il pensiero che il giorno dopo si dovessero salutare.
 
Sandra e Antonio andarono a convivere insieme, con mille problemi da affrontare e mille sogni nel cassetto da realizzare. Non furono certo rose e fiori, non è che vissero per tutta la vita felici e contenti come in una fiaba, ma di certo si amarono. Come non amarono mai nessun altro nella vita…

D.

8-3-07

Fine



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martedì, 13 febbraio 2007, ore 18:41

Pausa [Storia di Sandra]

Si soffia il naso forte Sandra. Gli occhi gonfi di raffreddore e di tristezza, avvolta nella sua vestaglia di flanella guarda la televisione ma non l’ascolta. Le immagini passano davanti ai suoi occhi come fossero solo dei colori senza senso, senza un nesso logico.
Il divano sul quale sta seduta è pieno di fazzolettini di carta usati. Ogni tanto si alza per raccoglierli in una manciata e buttarli nel water. Nell’altra stanza il computer è ancora acceso e riflette sul muro la luce dell’ultima mail di Antonio. Le parole che usa sono all’incirca le stesse di quelle che ha ripetuto nel cellulare qualche minuto fa. “Pausa. Ho bisogno di una pausa. Devo pensare. Devo vedere. Devo decidere.”
Sandra annuiva anche al telefono non sapendo che rispondere. Se l’aspettava certo, ma non se l’aspettava così presto, non se l’aspettava così, o almeno non voleva aspettarlo.
Si va bene, certo, ha sempre Sergio. Antonio non lo sa ma Sandra ha continuato a vedere quel ragazzo. Strano, scorretto ma a letto la fa impazzire e poi quando le mente a quel modo lei non sa resistere. Quando le dice che è l’unica, che prima o dopo la sposerà, lei affonda la sua mente in una valle di miele e non vorrebbe più uscirne.

Ma ora c’è Antonio che non c’è più. E’ una pausa, così dice, ma non ci credi anche se vorresti. Anche se sogni ancora una vita insieme.
Quando Sandra la viveva quella storia più d’una persona cercava di fermarla, la madre, i colleghi di lavoro, gli amici. Lei testarda continuava ad affondare nel suo fango. Sorridente per ogni parola o sguardo o sorriso che lui le regalava. Era un treno in corsa, vedeva il muro ma drogata dall’ebbrezza della velocità non sapeva fermarsi.
Ora c’è contro a quel muro ma il dolore non supera la voglia di stare insieme a lui. Nonostante le consuetudini, nonostante le regole, la morale, i valori della famiglia e dell’onore.
Chi se ne fotte si dice Sandra, io volevo lui. Nessun altro. Solo lui.

Si alza e si sistema i capelli neri come sempre, cercando di essere presentabile almeno a se stessa. Alza la serranda della finestra e guarda fuori. Fuori dov’è freddo, dove piove e la notte avvolge tutto e tutti come fa dall’inizio del mondo ad oggi. Fuori dove da sempre la gente combatte con i pochi soldi, il troppo lavoro, la malattia della suocera e i libri da comprare al figlio. Dove da sempre le persone lottano per il posto macchina e il biglietto di prima fila a teatro. Fuori dove c’è una madre che porta a spasso il figlio, si ferma davanti alla vetrina di vestiti e sogna che un giorno quel maglione firmato di cashmere sarà suo. E invece deve andare nel negozio appresso perché il bambino ha bisogno delle scarpe nuove con una nuova taglia, ed è la terza che cambia quest’anno.

E allora Sandra si asciuga il naso e gli occhi. Mette in tasca il fazzolettino e sorride a forza. Si obbliga a sorridere, aspettando Antonio, aspettando Sergio e aspettando la sua vita che deve ancora arrivare.


D.
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domenica, 04 febbraio 2007, ore 20:18

Una serata inaspettata [Storia di Sandra]

“Dai! Non stare a pensare sempre a quello lì! Esci con noi! Dai!”
Così Laura e Marina convinsero Sandra ad uscire quella sera. Un sabato come tanti. In un locale come tanti. Un discopub. Uno di quei posti dove si beve e si balla e dove, se vuoi, si chiacchiera come in un pub. Solo che quando c’è la musica a tutto volume e la calca della gente da mezzanotte alle tre allora è tanto che riesci a bere una birra.
E Sandra infatti era lì con un bicchiere di rossa in mano a sorridere stereotipata a chi le stava davanti, con il puzzo delle sigarette sui vestiti e il pensiero fisso di Antonio in testa, che non si faceva sentire da almeno una settimana.
Qualcuno le bussa sulla spalla, si gira e trova un ragazzone dagli occhi grandi e sinceri che le sorride “Ciao.” “Ciao…” “Non ti ricordi?” “Uh.. ehm… si…”
Si ricordava Sandra. Nervosa si sistemò un ricciolo ribelle dei suoi capelli nerissimi dietro l’orecchio per poi sorridere a quel vecchio amico. Era qualcuno con cui era uscita un paio di volte qualche mese prima. Prima d’Antonio. Prima che fosse investita totalmente da quell’uomo che non poteva avere completamente suo.
Una sigaretta, un’altra birra e tante chiacchiere. Fuori dal locale, perché dentro riuscivano a malapena a sorridersi.
”Ti ho pensato tanto in questo tempo.” “A me?” “E si… a te. Sei stata molto spesso nella mia testa… e nel mio cuore.”
Divenne una serata romantica. Quella che Sandra non si aspettava, si dimenticò di Antonio per quella sera. Si allontanarono dal locale per affrontare una notte piena di passioni. Arrivati a casa lui le sussurrò qualcosa che Sandra capì a malapena, o forse non volle capire del tutto “Ti amo Sandra. Ti voglio sposare.”
E poi baci, e carezze e le lenzuola che si aggrovigliano. E le mani che si sfiorano e che si graffiano e…

E la mattina dopo Sandra si ritrovò tra le braccia di Sergio. Quasi non ci credeva. Si sorrisero quando dalle persiane socchiuse entrava il rombo delle macchine della domenica mattina.
Si baciarono e lentamente, dolcemente di nuovo fecero l’amore. Poi con le guance arrossate e gli occhi lucidi Sandra chiese “Ma dicevi sul serio ieri sera?” “Certo che dicevo sul serio. Se tu vuoi io ti sposo anche domani. Sei la donna della mia vita Sandra. Ne sono sicuro.”
Sandra non credeva alle proprie orecchie. Rideva e piangeva al tempo stesso. Quando Sergio quella domenica uscì di casa scrisse immediatamente alle sue amiche come volesse chiedere conferma a loro che non stava sognando.
Poi mandò un sms a Sergio “Ridillo. Scrivilo che non mi pare vero.” E Sergio lo riscrisse.
Si rividero la sera. E la sera dopo. E la sera dopo ancora.
Antonio le mandò qualche sms a cui lei rispose con l’amaro in bocca. Era lontano. Era con lei, quindi poteva anche aspettare. Non avrebbe di certo pianto. Lui.
Una settimana dopo Sandra consegnò a Sergio le chiavi di casa. Vivevano insieme, o quasi. Si vedevano a pranzo quando lui lavorava vicino, si vedevano al bar con gli amici per l’aperitivo. Si vedevano a cena. E dopocena.
Poi una sera Sergio disse “Domani vado con Paolo e Diego a una festa. Non posso stare con te.”
”Non è che esci con una?” “Ma che dici? E’ una festa.”. E Sandra ridacchiando “Se… Tanto lo so che prima o poi…”
Sergio non le diede neanche il tempo di finire la frase. Getto a terra le chiavi cacciando un urlo di rabbia “Se fai così non potremo mai vivere come vogliamo!”.
Sandra non rispose, terrorizzata. Lui uscì imprecando e sbattendo la porta.
Altre volte Sandra fece delle battute di quel genere ma mai Sergio aveva reagito in quel modo. Cosa gli era preso non lo capì, né riuscì a farlo tornare indietro.
Rimase così, a guardare la porta per minuti interminabili. Pensando che forse, se avesse scritto un sms ad Antonio, lui, gli avrebbe risposto…

[Continua]

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